Pur essendo degli strenui oppositori del movimento nostalgico che si è creato in questi ultimi anni e che ha preso possesso delle menti di tutti gli over venti, non abbiamo resistito, venerdì 25 maggio siamo andati al Polaris di Carate al concerto di Gigi D’Agostino. Chiediamo perdono agli admin di Serie A – Operazione Pubalgia.

La nostalgia come nuova forma di marketing funziona benissimo sui venti e trentenni, ha solo il piccolo difetto di aver individuato come “nemico” tutti i nati dopo le 23:59:59 del 31 dicembre 1999. Da qui i tormentoni “ma che ne sanno i duemila”, “se Messi avesse giocato nel Brescia di Dario Hubner avrebbe fatto panchina”, “quando c’era il Game Boy Color i treni arrivavano in orario”, et cetera. Come se gli emo e la tektonik fossero meglio degli hoverboard e la trap.

Detto questo, purtroppo anche noi abbiamo dei sentimenti e abbiamo ceduto al richiamo del Capitano Gigi Dag che è stato ed è un’icona della musica dance a cavallo tra gli anni novanta e duemila, quando noi eravamo piccoli e felici. D’Agostino non ha certo bisogno di presentazioni, tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo sentito L’amour toujours in uno dei suoi mille remix o in una delle sue dieci cover, anche senza sapere che ha reinventato e rinnovato più volte la musica dance italiana inventando nuovi generi come l’ “Italo Disco” o il celeberrimo “Lento violento”.

Arriviamo al Polaris alle dieci e mezza nonostante sulla pagina Facebook dell’evento sembrava che la serata dovesse iniziare alle nove e mezza. Non ci siamo fidati, e abbiamo fatto bene. Alle undici infatti la sala non era ancora accessibile, quindi siamo rimasti ad aspettare nella grande terrazza con bar sul tetto dell’edificio a sorseggiare un cocktail, peccato che non c’era un sottofondo musicale.

Niente musica nemmeno quando, alle undici e un quarto circa, ci hanno fatto scendere nella sala eventi ad aspettare fino a mezzanotte meno dieci che Gigi salisse in consolle acclamato dal boato del pubblico con il suo caratteristico cappello da capitano, gli occhialoni fumé e le cuffie glitterate. Appena è iniziata la musica, in pista tutti hanno iniziato a ballare, scuotere la testa e agitare i bastoncini led distribuiti dallo staff. Tra il pubblico c’era gente di tutti i tipi: pochi diciottenni, molti ventenni, i trentenni che erano la maggioranza, ma anche insospettabili quarantenni che probabilmente seguivano Gigi Dag già negli anni novanta e hanno voluto fare un tuffo nel passato.

Dal primo all’ultimo brano non abbiamo smesso di ballare un momento sotto le casse, tra nuovi mix, grandi classici riproposti in nuove versioni e alcuni remix, tra cui il tributo ad Avicii con la sua versione di Wake Me Up. Palloncini, coriandoli e fuochi d’artificio hanno fatto il resto per confezionare un gran bello spettacolo che ha avuto solo due pecche, che di certo non dipendono dall’artista: la durata e il costo. Sebbene Gigi D’Agostino sia famoso per fare serate di ore e ore questa volta lo spettacolo è terminato improvvisamente dopo poco più di due ore quando, dopo che non aveva detto nemmeno una parola da quando era salito in consolle, il buon Gigi ha preso il microfono per salutare e ringraziare il pubblico, lasciandoci un po’ con l’amaro in bocca. Riguardo al prezzo del biglietto invece ci ha lasciato perplessi il fatto che sia quasi raddoppiato pochi giorni prima dell’evento, non certo una bella sorpresa.

Nel complesso siamo stati soddisfatti della serata, Gigi Dag sa tenere molto bene l’equilibrio tra la nostalgia dei suoi brani storici e l’evoluzione che ha avuto il suo percorso produttivo negli anni pur mantenendo sempre i suoi timbri caratteristici.

Per questa volta abbiamo ceduto alla propaganda nostalgica, ma possiamo certificare che nessun millennial è stato maltrattato durante il concerto.

PS: Giuro e spergiuro che una volta usciti, a fine serata, abbiamo dabbato per tutta la strada fino a casa in segno di redenzione.

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