Innovazione, nuove tecnologie, futuro. Se ne parla e se ne discute amabilmente al Wired Festival dei giardini di via Palestro di Milano, tre giornate di incontri, conferenze, dibattiti e presentazioni in cui si cerca di scoprire il mondo che sarà e di stimolare dibattito sui temi che più concorrono a formare la cultura contemporanea, dal cibo alla gender equality. Noi ci arriviamo all’imbrunire, nell’odore di cibo e antizanzare tra la gente che balla, perché il Wired Festival è anche musica, legata al dibattito (in uno degli eventi della kermesse, il grande pianista Danilo Rea cercherà di “insegnare” a una macchina a suonare il piano) o anche solo alla voglia di divertirsi. La grande forza di eventi come questo è tutta qui: unire l’impegno e l’approfondimento alla mondanità, il pane alle rose. E curiosa è la scelta della band che diletta il pubblico nella prima serata: i Calibro 35, non esattamente dei pionieri dell’innovazione.

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Piuttosto, una sicurezza. Uno degli esperimenti musicali italiani più seguiti in campo internazionale, capaci di creare una miscela unica tra rock, blues, jazz, funk e tante altre cose, guadagnandosi addirittura l’onore di un sample da parte di Dr. Dre. Se pensate ancora ai Calibro 35 come a “quelli che suonano le colonne sonore dei polizziotteschi anni 70”, siete rimasti indietro: tra infiniti progetti paralleli, la band di Tommaso Colliva ha spaziato molto, arrivando a scrivere un disco intero (S.P.A.C.E.) ispirato alla fantascienza, ricco di synth, mellotron e altre stramberie. Ora sono in tour per proporre l’ultima fatica Decade, ispirata alla consueta formula di pezzi strumentali dalle sonorità estremamente retrò, molto anni 70. E dal vivo, non deludono, mostrando una straordinaria abilità esecutiva, una varietà notevole nei suoni e una apprezzabile capacità di non stancare, nonostante, come già detto, la formula sia sempre uguale a sé stessa. Ma non ripetitiva, tra fasi più languide e sognanti e pezzi più tirati. Dimostrano che non c’è bisogno dei ritornelloni per coinvolgere un pubblico che balla e applaude, sia sotto il palco che più indietro, fin sotto gli alberi dei giardini, dove la gente si sdraia e beve. Gente interessata al concerto o gente capitata qui per caso, nessuno resta indifferente alle tirate di moog e ai ritmi più funky. L’assenza di parole (sul palco nessuno canta, nessuno parla se non per presentare la band) è un valore aggiunto, la musica fluisce ininterrotta, spinta dall’incrocio tra organi e chitarre, dalla sezione fiati e da Fabio Rondanini, ottimo (non per nulla Manuel Agnelli lo ha voluto per la nuova vita dei suoi Afterhours) alla batteria.

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Il difetto di un set interamente strumentale è che non ci siamo abituati: se la musica ha un momento di stanca, subito ce ne accorgiamo, subito ci sembra che manchi qualcosa, dobbiamo riempire un vuoto, cerchiamo suoni dove non ci sono. Ma succede di rado: il set è intenso e ad alta frequenza, il beat è sempre buono, la noia non sopraggiunge quasi mai. C’è un effetto colonna sonora, ma non in senso triviale o generico. Piuttosto, ci si sente immersi in un’atmosfera, in un sentimento, in un flusso: è quello che devono fare le grandi colonne sonore, è quello che fanno i Calibro 35. Siamo in un film di Lamberto Bava, in un libro di Scerbanenco, in una puntata di Star Trek e non ci muoviamo mai dal nostro angolino di prato. Le luci eteree e discrete, e blu, contribuiscono. È tutto libero, è tutto coinvolgente, è tutto collettivo. Nello spirito del Wired Festival. Vi racconteremo anche le prossime serate: stay tuned.

Reportage: Alessandro Boggiani

Foto: Gaia Schiavon

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