Un locale che è diventato un punto di arrivo per le band, “suonare all’Alcatraz” è un segno distintivo, una medaglia al petto. Per una band in giro da fine anni ottanta, che ha calcato i palchi di tutta Italia, tra venue prestigiose e feste di paese, una delle poche band con “punk” o “ska” nel nome sopravvissute fino a oggi, una data nel locale di via Valtellina poteva essere un orpello. Ma i Punkreas hanno deciso di onorare la cosa fino in fondo, con uno show-evento, scaletta a votazione (classiconi, of course) e ospiti assortiti.

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La scusa era la presentazione del nuovo EP Inequilibrio. Ma è un pretesto: due pezzi in apertura, il banner dietro il palco e la copia fisica al banchetto merchandise. Poi è storia. Una rullata inconfondibile fa partire la botta di Voglio Armarmi, pezzo abbastanza d’annata, ma tremendamente annuale nel descrivere l’amore americano per le armi e la pericolosità della legittima difesa su vasta scala. In breve arrivano Terrorista N.A.T.O. (era da una vita che non la sentivo, per me sa di adolescenza e mi sono emozionato e incazzato come allora, che vi devo dire?), L’Orologio e Vulcani seguono a ruota: la terza, in particolare, è una sorta di manifesto dei Punkreas. I versi che chiudono il ritornello (per prevenire i vermi/non rimanete fermi) sono il nocciolo della loro carriera: movimentisti in politica nella vita, fiancheggiatori di tutto ciò che è movimento e democrazia diretta, capaci di far muovere le masse anche solo su una pista. La miscela di punk, ska e reggae funziona ancora: Aca’ Toro causa una danza collettiva confusionaria ma felice, il circle pit su Salta è partecipato e non posticcio. Pubblico in forma, composto dalle più svariate fasce di età: ci sono i giovani che li hanno scoperti quando li abbiamo scoperti noi, ci siamo noi (la prima generazione che starà peggio dei propri genitori e che nella loro musica troviamo ancora qualcosa), ci sono i quarantenni ex squatter.

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Considerare la musica dei Punkreas roba da adolescenti sarebbe stupido e ingenuo, sminuirebbe il messaggio che hanno sempre provato a veicolare, sarebbe private il punk italiano della sua importanza. Sarebbe ingiusto e scorretto, una serata così lo dimostra. Si potrebbe discutere a lungo sul ruolo dell’impegno nella musica, dell’arte engagè nella società di massa, ma non è questa la sede. Ah, c’è anche della gente completamente fuori contesto, che sta aspettando il dj set anni novanta che inizierà a fine concerto. Ballano e sembrano divertirsi, cercando un limone dall’amica/o che puntano da un po’.

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Capitolo ospiti. Due pezzi con ognuno, uno loro e uno dei Punkreas. Il primo è Olly Riva degli Shandon (nel suo contesto ideale, troppo facile), poi segue Omar Pedrini (Mah. Sole Spento è suonata in modo troppo soft rock, non ha nulla della potente power ballad che originariamente è. Sosta è sempre un gran pezzo.) e poi, nel finale Morgan. MORGAN. Sale, con la sigaretta, suona due pezzi con due bassi diversi (bellissimi, peraltro), urla qualcosa di incomprensibile leggendo da un fazzoletto sporco, augura lunga vita ai Punkreas, e se ne va. Ha fatto il suo e viene acclamato, bene così. Estasi vera per “il primo pezzo che abbiamo mai scritto”, la maleducatissima Fegato Centenario. Il coro su Tutti in Pista è di prassi, l’encore con Il Vicino e Canapa pure, ma sono cose che coinvolgono tutti, perché sono pezzi che anche chi odia il punk e il socialismo ha ascoltato in un’autogestione, in macchina di amici, a una festa di amici un po’fattoni. A noi, invece, piacciono entrambi, per questo facciamo le pulci: la chiusura è stata un po’ troppo rapida e Cippa scandisce ancora bene le parole e non fa fatica, ma i bpm eccessivi hanno dato origine a un po’di confuso pastone. Accettabile, per carità, e non impedisce di cantare a squarciagola.

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I ragazzi di San Lorenzo in Parabiago tengono ancora bene il palco, suonano ancora con potenza e bei volumi, riempiono gli intermezzi ancora come li riempivano vent’anni fa. Barzellette zozze improvvisate (per coprire un problema all’ampli di Noyse) e imitazioni di Bossi (per introdurre Polenta&Kebab. Che, a proposito di ospiti, ci sarebbe piaciuto avesse ospitato uno degli autori, Zulù dei 99Posse). E in un loro concerto va bene, è tutto al proprio posto, nel proprio ambiente. Il distintivo (ma no, dai, che siamo in ambito antimilitarista, meglio la bandiera) di “band che ha suonato all’Alcatraz” da stasera si applicherà anche ai Punkreas. Ma c’è il diffuso sospetto che non ne avessero bisogno.

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Reportage: Alessandro Boggiani

Foto: Gaia Schiavon

 

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