Brillantina. La prima parola che viene in mente è brillantina. Nelle deboli luci del serraglio, decine di teste scintillano, con capelli perfettamente impomatati tenuti insieme in acconciature meravigliosamente retrò. Brillano i baffi ingellati e gli stivali di pelle tirati a lucido. Le fibbie delle cinture e i cravattini texani. Una gamma che copre due ere di storia americana, dagli anni ‘30 del proibizionismo e dei gangster agli anni ’50 del rinascimento postbellico, della voglia di vivere e di ballare. Quella che si ritrova al concerto di Pokey LaFarge è una comunità: quella di chi sogna ancora l’America delle grandi pianure e delle città brulicanti, del charleston e dello swing, della Route 66 e delle Mustang. Sembra di essere in un film dei fratelli Coen, scegliete voi se Non è un paese per vecchi (un inquietante figuro perennemente al bar ricorda Anton Chigurh), Fargo (per alcuni maglioni con le renne estratti dagli armadi per opporsi al Burian), o, e forse è la scelta migliore, Fratello dove sei?

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Ciò che si vede sul palco è coerente con lo spirito della serata: l’ovvio meccanismo adattativo per cui un artista assomiglia sempre al suo pubblico (o meglio, viceversa), qui è particolarmente evidente. Apre le danze (letteralmente) Jack Grelle, cantautore piuttosto orientato al country e all’american songbook. Dedica una canzone ai fatti di Ferguson, un bel messaggio di pace, solidarietà e antirazzismo e siamo tutti contenti così. Anche perché è sempre importante cercare di abbattere gli stereotipi, e quello della musica popolare bianca americana come razzista e reazionaria è duro a morire.

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Subito dopo, tocca al main act. Cominciamo dicendo che la sua band è a ranghi ridotti: manca il polistrumentista Ryan Koenig, rimasto ferito in un incidente a inizio dicembre. Durante la serata, Pokey ricorderà che l’amico e collega sta meglio, ma ha ancora davanti una lunga convalescenza, e suonerà due pezzi scritti da Koenig in suo onore. Sul palco salgono quindi il batterista Matthew Meyer, il contrabbassista Joey Glynn e, soprattutto, il funambolico chitarrista Adam Hoskins. Quest’ultimo si fa notare, sia per un look da impiegato di banca che cozza un po’col resto dei costumi di scena, sia per una tecnica chitarristica brillante, in grado, come i migliori chitarristi country, di creare ritmiche mosse e coinvolgenti con precisi e taglienti movimenti di plettro ma anche di lanciarsi in assoli complessi, in cui non si perde mai il senso della ritmicità e della melodia, anche se le note si susseguono a velocità folle. Nel finale, si lancia in un prolungato sweep-picking ad alto rischio di elongazione dei tendini.

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LaFarge è un bel personaggio: magrezza e pallore impressionanti, completo nero con papillon, capelli scuri tirati indietro, orecchie a sventola: un mix tra Dean Martin e Buster Keaton, tra i Soggy Bottom Boys e i protagonisti di Radio America di Robert Altman. Un uomo d’altri tempi, detto con una banalità. Con voce profonda, canta di praterie, amori lontani, viaggi interminabili, temi tipici dell’americana, cui si aggiunge il tocco di esotico (almeno geografico, non delle sonorità) di Goodbye, Barcelona e Rotterdam. Promette che scriverà una canzone sull’Italia: siamo tutti troppo smaliziati per crederci, ma pazienza. Accenti blues, ritmi shuffle di batteria, qualcuno che balla vicino al bancone del bar (e al losco individue citato prima. Io non mi sarei fidato.). a chiudere, unica nota negativa, un encore ridicolo. La finta di scendere dal palco è una cosa che ha ampiamente stancato e non si capisce perché tutti continuino a farla. Qui si tinge di grottesco: la band scende i due gradini del palco e li risale immediatamente. Bah. Nessuno se ne preoccupa più di tanto, e in fondo è giusto così, sono paranoie da recensore puntiglioso.

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Lo show è stato di livello, il pubblico applaude convinto e si dirige nel gelo della notte milanese, senza stelle. La bravura di Pokey LaFarge è presto spiegata: fa rivivere un tempo passato ma non in modo artefatto o posticcio. Tende a sdrammatizzare con l’ironia sempre, anche quando resta da solo sul palco a intonare una struggente serenata di amore perduto. Sembra sempre sincero e genuino e questo lo fa apprezzare a un pubblico che, per una sera, si mette una maschera e torna indietro nel tempo. Il potere della musica.

Articolo: Alessandro Boggiani

Foto: Andrea Lorusso

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