Parte 2 – domenica 5 novembre

Mattinata gelida e cielo coperto di nubi bianche, per le strade passeggia molta gente, per lo più incurante del freddo.

Colazione nei pressi dell’ostello, in una catena di prodotto bio: muffin o cornetti con caffè americano o cappuccino. Il commesso in un italiano stentato ma comprensibile ci racconta del fratello che lavora a Vicenza. Il mondo è piccolo.

Ci dirigiamo in Piazza Rossa, i cui colori sono esaltati dalla luce del giorno. Passeggiata all’interno del GUM, l’enorme centro commerciale sorto a fine ‘800 e divenuto un mercato popolare in epoca sovietica. Oggi ospita grandi marche – molte italiane – di alta moda, prodotti per la casa, abbigliamento, ma anche gelaterie e tavole calde.

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Il centro – che vale la pena visitare, anche se non si vuole spendere l’intero stipendio in abiti eleganti – è disposto su tre piani, e si allarga in tre differenti gallerie coperte. Dal soffitto di vetro e ferro filtra una bella luce bianca mattutina, nonostante le nuvole. Molta gente tra le passerelle e i ballatoi, si iniziano a vedere le prime decorazioni natalizie. Agli ingressi metal detector e guardie armate. L’impressione iniziale è simile a quella che si può avere nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano, più in grande ed al chiuso.

Ci avviciniamo alla Piazza, su cui marciano in prova alcuni carri armati, tirati a lucido per la rievocazione storica dei prossimi giorni.

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Abbiamo un appuntamento questa mattina: un presidio e manifestazione per la deposizione dei fiori alla tomba del Milite ignoto, alle spalle del Cremlino.

Nell’area antistante si raduna una certa folla, molte bandiere rosse sventolano nell’aria pungente.

Le nazionalità sono le più disparate: brasiliani, spagnoli, venezuelani, turchi e naturalmente italiani.

Siamo oggetto di una lunga serie di foto, regna l’allegria del momento accompagnata da una buona dose di nostalgia, più o meno spinta. La piazza è disciplinata, gli organizzatori devono solo indicarci la strada e scandire i tempi.

Finalmente ci disponiamo all’interno di un lungo cordone, in fronte al monumento, custodito da soldati in divisa d’onore. La struttura squadrata e piatta, in scuro marmo rosso, ospita al centro una stella nel cui centro arde una fiamma eterna.

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L’impazienza spinge alcuni partecipanti a intonare canti e inni, ma vengono zittiti dai russi. Il momento è solenne, occorre essere silenti e rispettosi.

La cerimonia apre con le note dell’inno sovietico e un lungo silenzio. In testo al cordone, di fronte al monumento le delegazioni e i dignitari più importanti. Alcuni reduci mostrano le molte spille e medaglie affisse sul petto. In prima fila il segretario dei comunisti russi, Zjuganov.

Ogni fila avanza un poco alla volta, deponendo i garofani rossi – distribuiti nel frattempo a tutti i partecipanti – ai piedi della fiammella. L’Unione Sovietica pagò il tributo più grande in termini di vite umane nei combattimenti per la sconfitta del regime nazista.

Sulla destra del monumento alcuni cippi, dello stesso marmo rosso, su cui sono stati deposti altrettanti fiori. Sono i cippi commemorativi delle battaglie decisive, una fra tutte Stalingrado.

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Il corteo si sposta all’interno della Piazza Rossa, aperta appositamente per noi e chiusa al resto del pubblico. Ancora una coda, per entrare nel Mausoleo di Lenin, dove riposa la salma imbalsamata.

Alcune anziane intonano canti, le note tristi e cadenzate. Potrebbero anche aver perso qualcuno nella guerra, un marito o un genitore. In grembo fotografie di Lenin e Stalin, e mazzi di fiori.

L’ingresso al Mausoleo è suggestivo, freddo e spoglio. Vietate tutte le fotografie e riprese.

Si scende di qualche metro sotto terra, fino ad entrare nella stanza centrale. Varcati i pesanti portoni di legno, una flebile luce solare fa capolino dagli spioncini dell’alto soffitto. Anche qui la sala è spoglia, solo la teca di vetro, con il corpo dell’uomo che rese Gloriosa la Rivoluzione.

Una coppia di vietnamiti ci si ferma davanti e si inchina ripetutamente, in segno di profondo rispetto.

Esco con pensieri contrastanti. Non ho mai avuto grande passione per il culto dei morti, sia che si tratti di un semplice cimitero o di un immenso mausoleo, ma vedere il rispetto, l’ammirazione, l’empatia di così tante persone – per lo più sconosciute, ma allo stesso momento amiche – davanti alla teca crea un senso di appartenenza difficilmente descrivibile.

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All’uscita dal Mausoleo sostiamo sul retro, alla presenza delle tombe e dei busti dei padri della Rivoluzione – tra di esse la tomba di Stalin. Alle loro spalle altrettanti lapidi, infisse sulle mura del Cremlino, ricordano militari, dignitari, rivoluzionari e cosmonauti, come Gagarin.

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La cerimonia termina qui, all’uscita dal Mausoleo. Giusto il tempo di fotografare in corsa Zjuganov e la polizia ci obbliga a liberare in fretta la Piazza.

Ci spostiamo in metro, allontanandoci dal centro per raggiungere la zona sud di Mosca, Sportivnaja, sede dello stadio, della Concert Hall “Russia” e area in cui sorge il monastero di Novodevičij, patrimonio UNESCO.

L’idea è di pranzare al volo, visitare il monastero e andare alla serata di gala presso il Concert Hall.

I tempi sono stretti ma siamo ottimisti.

Entriamo in un ristorante a prima vista semplice e turistico. In realtà, appena entrati, ci accorgiamo essere in un ristorante georgiano di un certo calibro. Un maître di sala in giacca e cravatta indica il nostro tavolo e tenta di spiegarci a gesti il menu.

Optiamo per una serie di assaggi di khinkali, ravioloni georgiani ripieni di carne o formaggio e gonfi di brodo, da mangiare mordendo e succhiando il liquido caldo.

I tempi si dilatano, iniziamo ad essere tesi. Non riusciamo a fare tutto quanto previsto dalla tabella di marcia. Sacrifichiamo la visita al monastero, rimandandola ai giorni successivi e ci spostiamo con calma alla sala concerti.

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Che serata indimenticabile! Circa due ore di spettacolo, aperto e chiuso dai discorsi di Zjuganov – interrotti dai molti “urrà!” del pubblico – e un palazzetto colmo di persone e delegazioni straniere.

Ballerini con le sciabole, tenori del Bolšoj, coro dell’Armata Rossa, giovani cantanti, coreografie con bambini. Una celebrazione che si trasforma in spettacolo. Scorrono immagini sui maxischermi, accompagnando la musica moderna o i canti della Resistenza e della guerra. La platea di scalda con le note di Bella Ciao, cantata interamente in italiano assieme a due fisarmonicisti. Un bel momento di festa che dimostra come arte, musica e bellezza non siano affatto nemiche della Rivoluzione russa.

Felici e contenti passeggiamo ancora al termine dello spettacolo, sotto il cielo buio.

Camminiamo a lungo, fino all’Università statale Lomonosov, un edificio imponente. Forse più simile a una fortezza, dal perimetro grande come un quartiere ai cui angoli sorgono torrette a punta. In mezzo all’edificio una torre di Babele, senza fine, con le insegne sovietiche.

Qui studiano e vivono gli studenti delle materie scientifiche. Rimaniamo estasiati dall’altezza. All’ingresso si sono dati appuntamento alcuni giovani con macchine sportive e si divertono a derapare sul viale deserto.

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Il servizio di notifiche della Farnesina ci avvisa con un messaggio ansiogeno che sono in corso evacuazioni in città e che vanno limitati gli spostamenti. Non nascondiamo la nostra preoccupazione ma scopriremo in seguito che si trattò di un falso allarmo bomba e di una manifestazione nazionalista non autorizzata in centro.

Stanchi, ripieghiamo verso l’ostello, accolti da un vagone metro ricoperto di gigantografie in onore a Gagarin, il primo uomo nello spazio. Cena in fast food e ricerca di un locale aperto per scolare una vodka. Scopriremo che i russi “non bevono vodka tutti i giorni” come ci rivelerà il giovane barista, mortificato per aver finito il liquore. Poco male, ci accontentiamo di una birra, per dormire sonni tranquilli.

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Reportage: Claudio Rendina

Foto: Gaia Schiavon

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