Domenica sera all’Arci Tambourine di Seregno abbiamo assistito alla performance da solista di Nandu Popu, membro del trio dei Sud Sound System (vi ricordate la nostra recensione sul loro concerto di ottobre?), in tour con lo spettacolo “Salento fuoco e fumo”.

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La location, appartata e ben curata, ci accoglie in un ambiente raccolto dal sapore un po’ retrò al centro del quale un palco allestito in modo eccentrico (cosa ci fa una cyclette sulla scena?) chiarisce immediatamente quali siano le linee guida della serata: intimità, impegno e meticolosità. I minuti passano piacevolmente mentre aspettiamo che Nandu Popu, accompagnato da chitarra e sassofono, salga sul palco per dare il via al suo unplugged show dedicato al Salento; il monologo del cantante prende spunto dalle pagine del libro Salento fuoco e fumo, edito da Laterza nel 2012, per poi ampliare il discorso toccando diverse tematiche che da sempre sono al centro dell’attenzione dell’artista. Passerà in rassegna le condizioni dei lavoratori dell’Ilva e delle loro famiglie, l’arretratezza della classe politica che ancora si rifiuta di puntare sull’energia sostenibile, le iniziative di riqualificazione urbana di Taranto, le problematiche ambientali e sociali che affliggono la sua terra d’origine, della quale cita i miti fondativi e le moderne evoluzioni.

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Lo spettacolo, che dura più di un’ora e mezza, procede in modo fluido alternando l’esecuzione di alcuni brani acustici, durante i quali emerge chiaramente il talento vocale di Nandu Popu e la bravura dei musicisti, a lunghi testi in prosa, che con lucida franchezza espongono i problemi sociali e ambientali della Puglia, o meglio della Apulia, che secondo l’etimologia popolare indicherebbe la “terra senza piogge”.

Con la prima parte del monologo veniamo a conoscenza delle circostanze che hanno spinto il cantante a farsi scrittore: l’incontro con Mattia, emigrato in Svizzera per non soccombere al peso della corruzione della famiglia, e la lunga chiacchierata nella quale le parole del giovane dimostrano la sua onestà intellettuale e ispirano Nandu Popu a scrivere il romanzo. “Tre minuti di canzone non sarebbero stati sufficienti per raccontare la vita di Mattia” dice il cantante che con grande impegno e passione inizia il viaggio che, dopo lunghe pedalate in campagna (ecco il perché della cyclette!), lo porterà a comporre il testo di Salento fuoco e fumo. Il titolo evocativo si riferisce alla bellezza ardente e rigenerante di quell’ultimo lembo di terra a sud di Taranto e alla terribile condizione di degrado che incenerisce tale capolavoro della natura.

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Il lungo monologo teatrale, come ci dirà Nandu Popu alla fine dello spettacolo durante una nostra breve intervista, nasce dall’esigenza di includere il romanzo in un più ampio progetto sociale volto a risvegliare le coscienze di tutti, descrivendo chiaramente quali siano i problemi da affrontare e come poterli risolvere. Lo spettacolo, infatti, tocca tematiche importanti come l’inquinamento industriale generato dalle grandi centrali a carbone e dall’acciaieria Ilva e le gravi malattie ad esso legate, la necessità di bonificare ampie zone di terreno ormai completamente inutilizzabili a causa della contaminazione, la riqualificazione del territorio tramite il turismo, l’importanza del ritorno alle buone pratiche agricole per mantenere in salute non solo le piante di olivo ma anche coloro che ne mangiano i frutti.

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Ma come esprimere tutti questi concetti in uno spettacolo? La formula perfetta prevede ovviamente l’utilizzo della musica, vera e propria medicina dell’anima, usata per lenire la malinconia e per affrontare le transizioni difficili della vita; musica che, insieme al canto e alla danza, permette all’uomo di riappropriarsi del proprio corpo. L’esecuzione di brani molto famosi del repertorio dei Sud Sound System come Casa mia, Le radici ca tieni e Lontano, sorprende per la delicatezza e l’emozione che la versione acustica sa regalare al pubblico e per la straordinaria concomitanza di senso con i brani in prosa appena recitati.

Subito dopo lo spettacolo Nandu Popu ci accoglie nel backstage dove, davanti ad un bicchiere di vino, risponde ad alcune delle nostre domande:

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Perché hai deciso di costruire uno spettacolo di questo genere, basato sulla recitazione e sulla forma del monologo teatrale, apparentemente molto lontana dalle tue performance?

“Sono sempre stato molto vicino al teatro; sin da piccolo ho frequentato l’ambiente e ho anche preso parte ad alcune produzioni cinematografiche come cammeo. Il mio modello assoluto è Carmelo Bene, un artista dal fortissimo impatto emotivo. D’altra parte teatro e musica rappresentano due aspetti della stessa arte, perciò dopo aver scritto il romanzo non mi è stato difficile pensare a questo tipo di spettacolo basato sul monologo teatrale.”

Ci ha colpito molto la tua preparazione sui temi affrontati, ci hai parlato di inquinamento, malattie genetiche, agronomia e sociologia come se fossi un esperto. Come ti sei preparato?

“Leggere, studiare e approfondire è fondamentale. Mi piace informarmi a fondo sulle questioni alle quali sono particolarmente legato; solamente in questo modo posso far capire ad altri quello di cui sto parlando. Mi rivolgo spesso a veri esperti e spero che il mio spettacolo provochi il pubblico ad indagare poi per conto proprio sulle tematiche che cito.”

(Ci sembra d’obbligo riportare un verso del brano Le radici ca tieni che descrive perfettamente l’atteggiamento dell’artista: “ma se na cosa me interessa su capace puru me fissu”).

Ci hai detto durante il tuo monologo che non sei un politico e mai lo sarai, perché? Non pensi che potresti essere un ottimo candidato almeno a livello locale?

“Perché faccio il cantante! Quest’anno qualcuno voleva candidarmi al senato, ma ho rifiutato. Per fare politica ci vuole tempo e dedizione e se dovessi impegnarmi in questo campo dovrei abbandonare la mia carriera artistica, cosa che non ho intenzione di fare. La politica è fondamentale per migliorare le condizioni di vita di tutto il Paese, per questo investo parte delle mie energie andando a parlare nelle scuole, perché è lì che si trovano i politici di domani. Voglio essere un mentore: so che alcuni dei ragazzi che ho di fronte diventeranno dei politici ed è a loro che voglio spiegare come stanno le cose perché sono loro che cambieranno il nostro futuro.”

Un’ultima domanda, come ti trovi a fare un tour senza i tuoi compagni Don Rico e Terron Fabio?

“Beh sono un po’ triste, perché noi siamo una squadra. Mi mancano, ma insomma, così ho più spazio per me sul palco [ride]. Il romanzo l’ho scritto da solo ed era quindi giusto che portassi avanti questo progetto come solista, anche perché propongo un monologo, cioè il discorso di una sola persona! Vi posso anticipare però che stiamo pensando ad un nuovo libro scritto a sei mani con Don Rico e Terron Fabio.”

Salutiamo e lasciamo cantante e musicisti alla loro cena, mentre noi usciamo dal Tambourine soddisfatte e piene di nozioni sulle quali riflettere; la serata infatti ci ha lasciato qualcosa di più di una semplice emozione e ci ha invitato ad approfondire le nostre personali conoscenze. Come ha detto Nandu Popu dal palco infatti: “Sono un pazzo che vuole curare persone normali” e secondo noi è sulla strada giusta.

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Foto: Gaia Schiavon

Reportage: Beatrice Mosca

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