Parte 1 – sabato 4 novembre 2017

Atterraggio a Mosca Domodedovo, uno dei quattro grandi aeroporti internazionali della capitale russa. Dal finestrino – oltre l’oceano di nubi bianche e dense – si scorge l’immensa pianura russa, per lo più coltivata e costellata di rarefatti villaggi di casette colorate.

Qua e là laghetti ghiacciati e lunghi corsi d’acqua.

Dall’aeroporto – raggiunto nel primissimo pomeriggio – con 500 rubli si acquista il biglietto dell’Aeroexpress, il treno di collegamento con Mosca città.

Il viaggio dura circa tre quarti d’ora e permette di intravedere, tra un bosco di betulle e l’altro, la periferia – quella vera, sovietica – caratterizzata dagli sproporzionati edifici residenziali grigi.

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Arrivo in stazione: strano impatto. L’immagine che porta a casa chi per la prima volta attraversa il suolo moscovita è di una immensa grandezza e gloriosa decadenza. La scritta “Москва”, Mosca in cirillico, a caratteri cubitali sul cemento armato della facciata ci accoglie, forse con freddezza.

Non perdiamo tempo e ci tuffiamo nel città più popolosa di Russia, nella città dove riposano Lenin, Stalin, Gagarin, nella città degli zar e della Rivoluzione, nella città globale e dell’Internazionale.

Direzione ostello (Comrade Hostel), in zona centrale, fermata metro Kitaj-Gorod. Acquistiamo la Troika Card, un tesserino magnetico su cui caricare denaro da utilizzare sui mezzi pubblici (imponente la rete metropolitana moscovita) a tariffe agevolate.

Ostello carino, giovanile, si parlano molte lingue. Ingresso tipicamente russo: portone di ferro a chiusura magnetica, grande scalinata (senza ascensori!) in pietra e mattoni nel bel mezzo di uno spoglio e ampio androne fatiscente. Varcata la soglia la musica cambia: aria ben riscaldata, colori caldi, ambiente rilassato, divanetti e cucina.

Lasciate le valige in stanza – una camerata tutta per noi, ad eccezione di un cinese con cui dormiremo le prime notti e di un argentino l’ultima – ci spostiamo velocemente: occorre ritirare al più presto i biglietti per la serata di gala del giorno successivo.

A questo punto occorre una spiegazione. A Mosca non saremo “solo” dei turisti. Siamo una delegazione composta da 7 persone, giunte in Russia in occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre (che è avvenuta il 7 novembre, secondo il calendario attualmente in uso). Abbiamo stretto contatti con gli organizzatori delle manifestazioni – in questo caso il Partito Comunista Russo, profondamente radicato nella società, anche se in una fase critica.

Uno degli eventi imperdibili a cui siamo stati invitati è proprio la serata di gala, accessibile però solo con un invito cartaceo, da ritirare presso l’hotel Renaissance, in zona periferica.

Siamo di fretta ma confidiamo nei meravigliosi ed efficienti mezzi di trasporto cittadini. E sulle nostre gambe. Nonostante i collegamenti siamo molti, le distanze qui centuplicano, e quindi anche solo uno spostamento da una fermata ad un’altra comporta un sacrificio ingente di tempo e fatica.

Incrociamo la grande ed austera statua di Marx, che guarda alla facciata del Teatro Bolšoj, l’immenso teatro – tra i più famosi al mondo – esempio di rigoroso neoclassicismo.

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A bordo del vagone metro ci rendiamo conto del fascino che le fermate sotterranee possiedono. Ogni spazio è diverso dall’altro, abbondano marmi e stucchi, lampadari e cristalli, mezzi busti e statue, mosaici, decorazioni classiche, ferri e bronzi, stelle e falci col martello.

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Un personaggio curioso – scopriremo si chiamerà Igor – ha voglia di parlare. Si fa intendere in un perfetto inglese. Barba bianca e capelli arruffati, grossa giacca e sacchetto con sé. Occhi infossati ma vitali. Sembra un eccentrico qualsiasi, incuriosito dai turisti, contento di poter spiegare che in quella stazione appena passata Stalin tenne un discorso pubblico, al riparo dai bombardamenti.

Ebbene Igor si dirige esattamente al nostro stesso indirizzo, anche lui per ritirare i biglietti e incontrare i dirigenti comunisti. La fortuna è cieca: senza l’aiuto di Igor avremmo perso molto tempo prezioso, tra i viali e i sottopassi da attraversare.

Lo salutiamo, certi di rivederci a breve. Abbiamo i biglietti, siamo registrati, tutto va secondo i piani. Ora tocca fare i turisti!

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Il freddo e il vento pungono come spilli e gli stomaci brontolano. Non ci siamo ancora fermati e siamo svegli dalle 3 di notte, in tempo per il volo mattutino.

Mosca, anche di sera, si illumina con le insegne e le vetrine di una moltitudine di pub, locali e ristoranti. Prezzi contenuti ma con picchi notevoli nelle zone più ricercate.

Abbordiamo un pub all’inglese, accogliente e caldo. Ci accomodiamo di fianco ad una tavolata di uomini di mezza età già visibilmente alticci. Ma tutto sommato allegri.

Divoriamo i panini e le zuppe, bagnando la cena con abbondante birra. Giro di vodka per ritrovare la forza per affrontare il freddo.
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Sazi e ristorati, ormai sotto un cielo buio ma immersi nelle luce abbagliante dell’illuminazione artificiale, pensiamo possa essere piacevole sfruttare l’ingresso serale gratuito alle vecchie Gallerie Tretjakov, l’immenso museo d’arte russa. Purtroppo la lunga coda d’attesa all’esterno e il freddo ci fanno desistere, rimandando ad un altro giorno l’ingresso.

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Abbiamo perso una battaglia ma non la guerra: passeggiamo ancora per le zone centrali, cercando di entrare nell’atmosfera cittadina. Dai parapetti di ferro, decorati con simboli floreali e sovietici, del ponte Bolšoj Kamennij, al di sopra della Moscova, intravediamo le mura rosse del Cremlino, le torri sulla Piazza Rossa, le cupole dorate del Cristo Salvatore.

Gironzoliamo, tra turisti e curiosi, nella vastità della Piazza Rossa, circondati dalla scenografia monumentale del Cremlino e del mausoleo di Lenin, dal GUM – lo storico centro commerciale – dalla cattedrale di San Basilio, dal Museo di Stato.

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Rientriamo in ostello, carichi di aspettative per le imminenti celebrazioni dell’evento che ha cambiato la storia moderna e la vita della gente di tutto il mondo, e impressionati dalla grandezza e dalla bellezza della città, che deve ancora aprirsi a noi, raccontarci il suo passato e mostrarci il suo presente, tanto diversi l’uno dall’altro.

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Reportage: Claudio Rendina

Foto: Gaia Schiavon, Chiara Pavan

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