Abbiamo assistito ad una delle rare tappe milanesi del tour invernale di Stefano “Cisco” Bellotti, l’ex frontman dei Modena City Ramblers, ora cantautore maturo e indipendente.

L’abbiamo pure intervistato, dopo un paio di birre.

Serata in trio acustico nel Teatro 89 di Milano, quartiere Quarto Cagnino, qualche centinaio di metri di distanza da San Siro.

Parcheggio fantasioso o “a la milanese” nelle stradine che ancora ricordano a sprazzi – tra anonimi condomini – i cascinali dell’antico borgo agricolo romano, divenuto tenuta di allevamento per i cani di Bernabò Visconti nel XIV secolo (da qui Cagnino), distante 4 miglia romane dall’antico centro cittadino milanese (ed ecco perché Quarto).

Il Teatro nasce nel 2006 dall’intervento della Cooperativa Edificatrice Ferruccio Degradi e consiste in un centro polifunzionale con annesso baretto.

Ambiente informale, discreto e contenuto. In programma rassegne teatrali, serate di folk rock e blues. Acustica ottima ma sedute scomode.

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Premetto di avere un debole per i concerti di Cisco ascoltati in piedi, magari chiusi in un vecchio locale con una birra in mano sotto palco, dondolando a ritmo assieme al pubblico, numeroso o intimo, a seconda dei casi. Ricordo di un suo concerto vicino Piacenza, in tre sotto palco, praticamente soli, strafatti di gnocco fritto e lambrusco.

La scelta della location non è casuale. A domanda diretta Cisco in persona risponde di aver voluto un tour invernale nei teatri, seduti al chiuso, per valorizzare l’acustico ma anche per riprendersi dalle tappe estive nelle piazze.

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Attacco quasi svizzero, alle 21.37, con scioltezza e leggerezza, costruendo una nota alla volta la giusta atmosfera, attenta e rilassata, teatrale.

Ascoltiamo alcuni brani – come “Cosa conta” e “Figurine” – dell’ultimo album “I dinosauri”, uscito a fine 2016 e prodotto assieme ad Alberto Cottica, Giovanni Rubbiani, Massimo Giuntini e “Kaba” Cavazzuti finanziato da una raccolta fondi crowdfunding.

La musica ci costringe a pensare, a riflettere. A guardarci allo specchio. A porci delle domande come “questa amletica incertezza \ se vale meno l’operaio della maglietta” (Cosa conta, I dinosauri).

Incantati ci facciamo trascinare nel momento solista della serata dove Cisco accompagna le canzoni solo col bodhran, il tamburo irlandese, intonando “Terra rossa”, “Cento Passi” e altre.

Qui lo dico senza vergogna: fate un monumento a quella splendida voce!

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La serata prende una piega nuova quasi improvvisamente, quando cambiano le luci e le tonalità si fanno calde. La sala freme, battono le mani, le voci si alzano e il pubblico sale virtualmente sul palco, divenendo parte di quel trio, divenendo un quarto membro, indispensabile e trascinante.

Si infiammano gli animi con i pezzi della Resistenza, cantati a bruciapelo, uno dopo l’altro: “Auschwitz” (un bellissimo omaggio a Guccini), “Al Dievel” (dedicata al comandante partigiano Germano Nicolini, “Comandante Diavolo”), “I ribelli della montagna” e “Il bersagliere” (canti partigiani). Oramai ci lasciamo trascinare nell’amarcord dei pezzi che ci hanno fatto amare Cisco e i Modena: “In un giorno di pioggia”, “Remedios la bella”, “Cent’anni di solitudine” e “Quarant’anni”, pezzo combat folk sugli anni della Prima Repubblica, alimentata da affarismo e corruzione ma che rispetto ad oggi – come ci viene ricordato dal palco – non è cambiato molto.

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Dal palco un grido d’aiuto: “Birre non ce ne sono?”. Due volontarie dal pubblico si offrono per portare a termine la missione e dissetare i maestri che – forse un po’ stupiti da come la serata si fosse così aperta, vivificata – stanno dando il loro meglio, interagendo, scherzando, stuzzicando. Orgogliosi di quanto avviene davanti ai loro occhi e allo stesso tempo riconoscenti per l’avvolgente accoglienza. Viene addirittura dedicata una canzone ad un coppia presente tra il pubblico. Cisco sa bene che gli costerà caro in termini di richieste simili da oggi in avanti!

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D’improvviso il cantante abbandona il palco, tuffandosi dietro le quinte e spiazzando pubblico e artisti sul palco, che improvvisano come possono. Riemerge tra lo stupore e le risate col cellulare in mano: non vuole andarsene senza prima fotografarci e fare un video – disponibile sulla pagina Facebook ufficiale dell’artista – per portarci con lui nel ricordo di quella serata.

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Assisto ad una versione EPOCALE di “Ebano”, sullo sfruttamento e la prostituzione delle donne africane in Italia: voce cristallina, avvolta e coccolata dal caldo suono dei fiati e dalla chitarra elettrica, quasi accarezzata. La fotografa pare si sia commossa, io c’ero quasi.

Non saprei descrivere il sound se non con l’aiuto di un artista. Nelle opere di Kandinskij linee semplici, primarie, si intrecciano con colori pastello e con curve e geometrie, costruendo un’opera d’arte minima eppure essenziale, fragile a prima vista ma solida se osservata con cura, vuota nella cornice ma piena oltre la tela, nell’anima e nell’inconscio.

Ecco, ho visto un quadro di Kandinskij quella sera. Una linea netta, decisa, al centro della tela: la voce. Insostituibile. E poi una linea rossa, calda e serpeggiante, che ha riempito gli spazi e regalato grazia: le trombe di Simone Copellini. Fantastiche. Un’altra linea, regolare, sottile, instancabile delle chitarre acustiche ed elettriche di Max Frignani. Queste ultime spesso troppo frenate, quasi timorose. Se si fossero lasciate andare avrebbero scatenato tutta la platea e le balconate, ansiose di sentirsi vibrare il pavimento sotto la sedia. Ma questo, giustamente, avrebbe costruito qualcosa che non era intenzione creare in questo tour. Ho visto anche alcune gocce luminose di colore ai bordi della tela: lo xilofono, alle volte però eccessivo nel contesto minimal ma effettivamente necessario per alcuni pezzi.

Chiude la “Ninnananna” e nonostante le luci accese in sala nessuno vorrebbe andare a casa, volendo ancora restare lì, assieme a Cisco – esausto e contento, pronto a sfornare autografi, ascoltando ancora le sue storie, le sue poesie, le sue avventure, le sue emozioni. Che poi sono anche le nostre.

Quando la ressa si dirada e Cisco può riprendere fiato andiamo all’attacco. È stanco, gli occhi rossi, una birra in mano per dissetarsi. Ma non smette mai di sorridere. Viene voglia di abbracciarlo.

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Complimenti Cisco! Splendida serata e pubblico bello “caldo”! Non sarebbe stato meglio senza sedie coi fan sotto il palco?

Pubblico bellissimo, la scelta dei teatri però è voluta, un po’ per l’età [si ride] ma soprattutto per dare risalto alla musica acustica. Questa scelta si poteva avere solo nei teatri e così abbiamo fatto. Nelle piazze torneremo questa estate.

Sono tornati i dinosauri in città! Tu cosa sei? Un T-Rex o un Brontosauro?

Sicuramente un Brontosauro!

Quindi pacifico ed erbivoro?

Certo, sono uno che non va all’attacco.

In giro sono tornati tanti dinosauri, quelli della politica per esempio. In questo momento il mondo, il “Girarrosto”, titolo della tua canzone in Matrimoni e Funerali, cantata stasera e registrata assieme alle mondine di Novi, è dalla parte del fuoco o a raffreddare?

Da quella del fuoco, assolutamente. È una brutta situazione dove le mie speranze sono riposte nelle generazioni giovani e quelle future che si ritrovano a vivere, purtroppo, in condizioni peggiori rispetto a quelle passate. In loro c’è speranza perché possono imparare dagli errori delle vecchie generazioni, hanno nuove risorse e competenze.

A proposito di politica. Tutti fanno promesse. Tu cosa prometteresti?

Io prometterei di non fare più promesse. Ho troppo rispetto del voto degli altri, non li prenderei mai in giro.

Grazie Cisco! E brindiamo alla tua musica!

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Reportage: Claudio Rendina

Foto: Gaia Schiavon

2 pensieri riguardo “CI SONO DINOSAURI CHE NON SI ESTINGUONO

  1. Che dire??? Come essere a casa tra vecchi amici…splendida serata…davanti al grande Cisco in prima fila con tanta nostalgia….e un bacio dovevo proprio darglielo!

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