Ci sono sere in cui il tempo sembra essersi fermato, in cui l’inesorabile clessidra dei giorni si inverte, e riporta alla mente ere passate. In un periodo di fretta, di accelerazione, di smodato correre qua e là, riuscire a far tornare indietro, almeno con la fantasia è un atto di giocosa ribellione. Un flashback collettivo è quello a cui abbiamo assistito domenica sera all’Ohibo, dove si è esibita la Raffaele Kohler Swing Band.

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Ma prima di tutto, il locale: disperso tra le architetture incoerenti di Corvetto e Porta Romana, il circolo è una garanzia di qualità. Spazioso, accogliente, con quell’aria di alternativa colorata e vagamente libertaria che hanno i circoli Arci più curati. Un programma ricco e un biliardino completano il quadro, in un’atmosfera magnificamente rilassata.

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La band attacca alle 21.30, guidata dal suo eponimo, trombettista e istrione e dalla cantante Gabriella de Mango: tra battute e inviti a ballare, Kohler si dimostra un mattatore, un maestro di cerimonie, l’ideale per una serata come questa. Si aggiungono quattro musicisti:  il metronomico contrabbassista Gianmarco Straniero (le cui eccellenti linee di walking bass sono accompagnate da una deliziosa giacca di broccato, di quelle che necessitano di stile per essere indossate), i chitarristi Matteo d’Amico e Francesco Moglia (ottimi nel dare ritmo ai pezzi in assenza di percussioni) e l’immancabile sezione fiati, che per tutta la sera ha mosso gli animi e le viscere dei presenti, composta da Luciano Macchia al trombone e Tiziano Cannas Aghedu al sax tenore. Si aggiungerà, durante la serata, Gennaro Arcucci, un crooner elegante e dalla voce calda, che sciorinerà un paio di pezzi più intimi.

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Tutti professionisti, nessun mestierante, tutti abili nel dare un tocco personale ai pezzi, che risultano sempre mossi, mai piatti o prevedibili. Lo scopo del gruppo, si legge nelle presentazioni, è portare lo swing ovunque, la sua energia, la sua capacità inimitabile di far ballare le persone. L’offerta musicale basata su standard (da Cole Porter a Bublè) e classici italiani, tutto ciò che serve, insomma, per far ballare dei giri di swing o jive alle numerose coppie presenti in sala. Alcune delle quali sono molto a loro agio, mentre altre, più alle prime armi, sembrano ripetere gli stessi passi solo a bpm variati, ma a prescindere dallo stile del pezzo. Scarpe da ballo, camicie bianche con maniche arrotolate, bretelle, coppole: una serie infinita di dettagli ricrea un’atmosfera meravigliosamente anni ‘30.

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Ci si sente in un locale della Parigi colta e cosmopolita, amante dei piaceri e delle raffinatezze, così delicatamente raffigurata da Woody Allen in Midnight in Paris. Un viaggio nel tempo, appunto. I brani scorrono via, il groove regna sovrano, le coppie (delle età e degli aspetti più diversi) si scambiano e piroettano, su una pista che forse poteva essere organizzata meglio: risulta infatti poco illuminata e le sedie, sistemate per gli avventori più sedentari lasciano uno spazio troppo esiguo per le danze. Non per nulla, le coppie cercano ogni possibile angolo e anfratto della sala per ballare. Durante alcuni pezzi, è impossibile, girandosi, non trovarsi accerchiati da zompetti, saltelli, prese, in un moto continuo, incessante e tremendamente coinvolgente. C’è la tentazione di mettersi a ballare, fortunatamente la fotografa rompe l’incantesimo, con la comprensibile paranoia di aver perso il cellulare. Dopo aver fatto muovere quasi più gente della band, scoprirà di averlo lasciato in macchina: un giusto lieto fine, considerato che se nulla fosse successo la performance di ballerino a cui mi avrebbe portato la musica mi avrebbe costretto a non uscire di casa per un mese dalla vergogna.

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Una serata unica, comunque, in cui è tutto così meravigliosamente fuori dal tempo da risucchiare anche chi dovrebbe avere occhio critico e chi di ballo sa poco e nulla. Se la pista vera e propria è riservata ai ballerini migliori, è anche vero che tutti sono invitati almeno a battere le mani, almeno a muoversi scimmiottando una danza coordinata, perché l’essenza della musica in fondo è questo. È per sua natura una forma arte inclusiva, creatrice di contatto e comunità, che rifugge ogni snobismo, ma (pur stabilendo gerarchie) consente a tutti si esprimersi. E poi, in serate così, fa anche viaggiare nel tempo.

Foto: Gaia Schiavon

Reportage: Alessandro Boggiani

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