Saggezza quotidiana

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Durante un viaggio in Indonesia, assistetti a una delle scene più incredibili della mia vita. Rajesh, un indiano che come me provava una irresistibile attrazione per le minuzie della vita balinese, mi portò ad assistere a un combattimento tra galli: un’occasione davvero imperdibile per assistere coi miei occhi ad uno dei riti più famosi al mondo. Raj, così insisteva a farsi chiamare, era figlio di un bramino del Punjab, ricco e immerso in una rete di privilegi per noi difficile anche solo da immaginare, e mal sopportava le costrizioni del rigido sistema delle caste. Decise così per realizzare i suoi sogni di emigrare a Delhi, città in cui conobbe Ni Wayan, ragazza balinese con cui condivideva il pane e un tetto da ormai quattro anni al momento del nostro incontro. Ma divago, torniamo a Bali. Entrati nel Pura Desa – il tempio del villaggio – fui attraversato dalla sensazione di essere stato trasportato in un’altra dimensione: il frastuono, le scommesse furibonde e il sangue dei galli diedero immediatamente alla testa. Devo ammetterlo, non ero per nulla preparato per una simile esperienza. Lottando contro una smorfia che tradiva l’intenzione di non mostrarsi divertito dalla mia reazione, Raj, ormai veterano di questo spettacolo, mi disse distrattamente: “la questione è questa: voi occidentali avete dimenticato, il sangue, il sudore, la terra da cui cresce la vita”. Una lezione di vita a cui penso ogni mattina da quell’agosto di ormai sette anni fa.

Oppure no. Oppure me la sono appena inventata guardando distrattamente la copertina di un libro di Geertz, cercando su Google “nomi balinesi femminili” e pensando a un paio di stereotipi sull’Asia e sugli esoticissimissimi Altri che vivono in altri luoghi e altri tempi. Divertente, vero?

Questa storia risulta verosimile non perché aderente a una realtà esterna, ma soltanto perché in grado di risuonare con una certa idea circa la vera realtà di quella parte del mondo, che è inevitabilmente la nostra: razionale, scientifica, secolare. Siamo sinceri: con un po’ di fantasia e di indulgenza per un dettato vagamente da romanzo ottocentesco è tutto sommato credibile. Ho potuto mettere in fila questa serie di stereotipi efficaci perchè li conosco io e li riconosco come conosciuti da un generico “tutti”; si tratta letteralmente di una risorsa di senso in comune.

Quindi, lo ammetto: non sono mai stato nè a Bali nè in Indonesia, ma sono stato sì all’Artigiano in Fiera settimana scorsa. Stessa cosa più o meno, no?

Evito di spiegare di che cosa si tratti (presumo che tutti più o meno ne abbiano sentito parlare) e metto subito le carte in tavola: non ho nulla contro la Fiera nello specifico. Ci vado regolarmente per sperperare danaro negli stand dei birrifici piemontesi (falsi cortesi, ma sul loro mestiere poco da obiettare) e, se mi ricordo ancora il mio nome dopo il tour etilico, per farmi i cazzi altrui e guardare interessato cosa si combina nei padiglioni riservati ai paesi più remoti. Il problema non è affatto con le persone, venditori e compratori, ma con quegli stereotipi condivisi più o meno cinicamente da entrambi le parti, quegli strumenti culturali che rendono possibile un mercato di questo tipo.

Malinowksi è morto

Nel momento in cui ci si avventura per gli stand a cui qui mi riferisco (vale a dire, grosso modo, quelli dei paesi asiatici e africani) ci si prepara a incontrare spezie esotiche, strumenti tribali e artefatti in legno, si pensa di essere avvolti in un atmosfera a metà tra un libro di Kipling e le diapositive di Patty e Selma. E puntualmente, anno dopo anno, la Fiera non delude. Non può deludere. Dall’altra parte del bancone non si trovano Azande impegnati a scagliare maledizioni, ma commercianti, grossisti, imprenditori, persone che sono lì col solo scopo di vendere della merce per portare a casa un profitto; ciononostante, l’intera esperienza si regge su questa eccentrica illusione. Per correttezza, evitiamo semplificazioni unilaterali: questa è una danza che va rigorosamente eseguita in due, da chi chi vende come da chi prende. Non ci sono spietati carnefici e vittime innocenti, anzi, le questioni morali non hanno cittadinanza in questo posto, nel mercato. Quella che fino a qualche decennio fa si poteva definire la linea retta della rappresentazione dell’alterità (indigeno -> autore -> pubblico occidentale) al giorno d’oggi si è spezzata, e i suoi frantumi si sono sparpagliati e mescolati; oggetti, produttori e fruitori non sono più così nettamente distinti, sono più che altro ruoli che vengono interpretati da miliardi di persone diverse in modi, luoghi e momenti diversi. Ciò che di questo è rilevante per noi in questo momento è che l’Altro conosce gli stereotipi occidentali. Per dirla con un esempio schietto: se possiamo dire con una certa sicurezza che quasi nessun papuano ha letto Argonauti del Pacifico Occidentale di Malinowski al tempo della sua uscita, altrettanto sicuramente una cosa simile non si può dire al giorno d’oggi per film, libri e in generale le produzioni mediatiche circa le culture altre. Queste vengono viste, lette e soprattutto commentate in tutto il mondo. I nostri stereotipi non sono più solo nostri, sono una moneta che circola all’impazzata per il mondo e come ogni moneta, è indifferente all’utente e al suo uso. Questo non avviene soltanto nelle fiere del diverso come quella in questione. I Papua della Nuova Guinea producono per i turisti delle storyboard, tavolette di legno facilmente trasportabili in cui vengono incisi momenti della vita quotidiana e raffigurazioni di miti locali. La grammatica e il simbolismo sono esattamente quelli che il villeggiante di turno si aspetta: immagini semplici, pseudo-realistiche, illustrazioni di scene di caccia, danze, riti. Insomma: quella roba semplicemente tribale.

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Storyboard papuana. Hanno roba strana in testa e c’è un coccodrillo: deve essere autentica

 

Nel caso dei Papua questa recente invenzione può avere, oltre alla ovvia importanza economica, un ruolo nel contatto con la società globale e nella riformulazione della propria storia locale per le generazioni più giovani. Mi chiedo però che spazio trovi questa riformulazione simbolica e identitaria in un’esposizione a Rho. Me lo chiedo e mi rispondo: non lo trova. Alla Fiera dell’Arigianato (come in tutti i posti del genere, sia chiaro) si scade nella pura speculazione su un coacervo di stereotipi tanto volgari quanto confusi. Sciur Brambilla, vuole davvero tastare con mano l’Africa dei ghepardi e degli omoni con le lance? Vuole portarsi a casa un pezzo del continente nero? E noi le venderemo le scimmie di legno! E le dirò di più: le scimmie che la mandano affanculo, sciur Brambilla! Magari le racconto pure che nella mia tribù è un augurio di buona fortuna e, perché no, perfino che le raddrizza i chakra. Un regalo simpatico e affascinante, che il Nostro metterà sotto l’albero per sua figlia, nella speranza che la ragazza la smetta una volta per tutte di stare sempre incollata al telefonino e ai messaggini e si goda la vita vera, genuina.

Il tacito accordo mantiene viva l’illusione e dà ad entrambe le parti quello che vogliono: un pezzo di Altro Autentico™ da un lato, soldi dall’altro.

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Il subalterno può…

Quando lo scrittore keniota Binyavanga Wainaina pubblicò una ironica serie di consigli da seguire quando si scrive di Africa, i produttori di scimmie, amuleti e tamburi devono aver fatto festa grande. Finalmente esisteva una fantastica cassetta degli attrezzi del razzismo ingenuo, un manuale per utilizzare ogni stereotipo comune sugli africani. Per Wainaina cose come scene di vita ordinaria, bambini ben nutriti che vanno a scuola senza ebola devono essere argomenti tabù. Nessuna buona rappresentazione dell’Africa può incorporare simili elementi senza andare a scardinare l’immagine della natura immutabile di questo continente, questa infinita distesa di praterie in cui “enormi branchi di animali e uomini alti, magri ed affamati” spendono la loro pacifica e primitiva esistenza. Purtroppo per tutti c’è ben poco da ridere. La tragedia sta tanto nel lascito dell’imperialismo otto-novecentesco nel nostro immaginario, quanto nell’accettazione di questi degradanti ritratti pur di poter portare a casa la pagnotta. Come detto in precedenza, ha poco senso parlare di colpe e responsabilità dei singoli coinvolti. Le regole le fanno e le rifanno tutti e nessuno. Dire “è il sistema” è banale, ma non siamo poi così lontani dal bersaglio.

Alla fin fine, la domanda posta più di trenta anni fa da Gayatri Spivak è ancora attuale. La studiosa indiana si chiedeva retoricamente se il subalterno potesse parlare. Con lei rispondiamo oggi ancora nello stesso modo: può parlare, a patto che si conformi al linguaggio dell’Occidente. In questo caso quello dell’inferiorizzazione del diverso e dell’onnipresente, onnicomprensivo e onnipotente mercato. Qualche zelota del free market – necessariamente in inglese, non facciamo i provinciali – potrà benissimo continuare a dire che tutto questo sia uno strumento di emancipazione, una via per liberare queste persone da una vita di stenti, un’esistenza parrocchiale e chiusa nel proprio piccolo mondo. Personalmente, non posso evitare di chiedermi con amara ironia se sostenere che barattare l’artefatta conferma della propria inferiorità per qualche spicciolo possa effettivamente cambiare qualcosa.

Meno male che ci sono le birre piemontesi.

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