“Se solo potessi spiegarmi tutto questo senza sembrare pazzo…”

Siamo sinceri. Chi non ha mai corteggiato l’idea di darsi una spiegazione per tutto quello che succede? Chi non ha mai cercato il metodo per capire chi o cosa ci fosse dietro i fenomeni che osserviamo? Un simile atteggiamento non è condiviso soltanto da folli, scienziati della domenica e mistici visionari, vero il contrario. Si può tranquillamente sostenere, come fece il decrittatore della scrittura Lineare B John Chadwick, che la capacità di vedere ordine nell’apparente confusione abbia contraddistinto il lavoro di tutti i grandi uomini. Ahinoi, da sola non basta. La differenza tra un premio Nobel e una diagnosi di disturbo paranoide risiede nel modo in cui questa curiosità è sfruttata. Il risultato di questo bruciante anelito di saperi più profondi dovrebbe essere, in linea di principio, incanalato e reso coerente – o perlomeno compatibile -, con il corpo di conoscenze prodotto e discusso nel corso del tempo da chi si è posto lo stesso obiettivo. Questo presenta un grave problema per chi è convinto di vedere oltre e cerca gli strumenti per rendere il proprio discorso accettabile.

Un certo tipo di complottismo, che più che avere a che fare con questioni pseudoscientifiche si occupa di politica, si discosta in maniera marcata da quello dei soliti teorici del complotto, i quali accusano sempre i soliti due o tre gruppi di potere o famiglie di essere dietro qualsiasi cosa (non che gli stessi complottisti non utilizzino mai questa spiegazione, anzi). Questo complottismo highbrow, parlando di interessi ed equilibri, spersonalizzando la spiegazione e facendo ricorso a quel feticcio pseudointellettuale che è la spiegazione controintuitiva, ritiene in grado di allargare legittimamente l’utilizzo di un explanans per virtualmente qualsiasi explanandum.

Una domanda sorge spontanea: come è possibile unire società globale, terrorismo internazionale, manifestazioni per i diritti civili e la ferrea convinzione che ci sia sempre un’unica mano razionale dietro a qualsiasi fenomeno senza farsi deridere? Millenni di civiltà, senso comune e una scuola accademica forniscono una fondazione, traballante ma insospettabile, per questo discorso.

La Tentazione finalista: dalla biologia alla sociologia

Per trovare le radici di questa mentalità non serve andare a cercare nei bassifondi dello spirito umano, tutt’altro. Tutta la storia del pensiero occidentale è disseminata da quella che vorrei chiamare “tentazione finalista”: quel desiderio, a volte pienamente accolto a volte soltanto corteggiato, a individuare le cause di qualcosa nei suoi effetti.

Dall’Aristotele secondo cui una delle cause di un oggetto era il suo fine, alla lettura popolare della teoria darwiniana secondo cui gli esseri viventi si evolvono per sopravvivere, è pressoché impossibile non incontrare ragionamenti costruiti seguendo questa logica. Perché abbiamo un cuore? “Per pompare il sangue!” risponderebbe un bambino di otto anni come un impiegato di banca, magari ridendo sbigottito dalla stupidità della domanda. Il ragionamento è così radicato nel nostro senso comune che in una frase del genere solitamente non troviamo nulla di strano. C’è un piccolo problema: questa simile spiegazione mette il carro davanti ai buoi, presuppone ciò che spiega. Il cuore indubbiamente serve a pompare il sangue nel sistema cardiocircolatorio, ma non è la necessità a causarne l’esistenza. Così come il bisogno di qualcosa che faccia circolare il sangue nell’organismo non spiega la ragione del suo esistere, le giraffe non hanno il collo lungo per sopravvivere: le giraffe di oggi sono sopravvissute poiché hanno il collo lungo; le cause in questa circostanza sono le mutazioni genetiche e la sopravvivenza dei più adatti.

Il finalismo implicito in questo modo di pensare ha permeato la biologia per buona parte del XIX secolo, e tale disciplina ha avuto una cruciale importanza per lo sviluppo della sociologia e delle scienze sociali. Secondo Don Martindale, autore di una delle più importanti storie della sociologia scritte nel secolo scorso, il ricorso a metafore bio-organicistiche è stato infatti fondamentale per mimetizzare la nuova disciplina e permetterle l’inserimento nella corrente scientifica dominante dell’epoca. Se a questo quadro aggiungiamo il fatto che il XIX secolo è stato quello dell’apogeo dell’utilitarismo, non è difficile vedere come i germi del pensiero teleologico fossero presenti nella sociologia sin dagli albori.

Dalla Tentazione all’Ordine

Uno dei lasciti intellettuali più importanti di questa prima fase della sociologia è stato il concetto di funzione, centrale nella biologia da Aristotele a oggi. Nonostante solitamente si riconosca nel francese Émile Durkheim il padre del funzionalismo sociologico, il più importante lavoro di definizione concettuale è quello di Robert K. Merton. Per il sociologo americano era di cruciale importanza separare la definizione scientifica di funzione dai significati attribuiti nel suo uso comune, allo scopo di ricavare un concetto utilizzabile per la ricerca sociale. Lo studio della società si identifica così con lo studio delle funzioni in essa presenti, vale a dire l’analisi dei processi che contribuiscono al mantenimento di uno stato di cose del sistema. Tipico dell’analisi funzionalista è l’interesse per le conseguenze oggettive ed osservabili dell’agire umano, lasciando in secondo piano o disinteressandosi completamente della dimensione dei significati e delle intenzioni associate dagli attori sociali alle proprie azioni (tralasciamo le formulazioni successive, contraddittorie e in generale insoddisfacenti, dello stesso Merton). Tutta l’attenzione è focalizzata sul fine: il mantenimento di una condizione.

Un esempio della centralità assegnata agli effetti delle azioni e alla conservazione di una condizione è dato dall’uso che fa Arthur Stinchcombe del concetto di funzione. Per Stinchcombe è possibile nei casi di equifinalità, vale a dire quelle situazioni in cui si pensa che diversi mezzi possano portare alla stessa situazione finale, giungere ad una spiegazione causale funzionale: una secondo cui le conseguenze di alcuni comportamenti o ordinamenti sociali sono da considerarsi le cause di quei comportamenti. Per smarcarsi dall’accusa di conservatorismo da molti rilevata nell’ideologia sociologica funzionalista, Stinchcombe sostiene che il conservatorismo sia solo un’opportunità retorica, non una conseguenza logicamente necessaria. Infatti secondo l’autore una simile impostazione può essere utile al radicalismo marxista, in quanto lo studio del funzionamento di quelle che lui chiama “variabili omeostatiche” (che tendono a rimanere stabili nonostante le tensioni che minano la loro durevolezza) può suggerire i meccanismi di mantenimento dello status quo, anticipando così i complottisti a noi contemporanei.

I difetti della Tentazione

Occorre gettare luce su due problemi della teoria funzionalista, intimamente connessi: la spiegazione dell’azione sociale e le idee di ordine e di bisogno. Cercare di spiegare il comportamento umano attraverso gli effetti sortiti, in un contesto spazio-temporale specifico, è un metodo tutt’altro che peregrino. Le persone sono capaci di porsi degli obiettivi e di agire strategicamente per il loro conseguimento. Nei casi caratterizzati da una catena di eventi che appare strettamente intrecciata e non irragionevolmente lunga, guardare alle conseguenze come punto di accesso al problema è del tutto legittimo. E fino a qui, tutto bene. L’analisi funzionale inizia però inesorabilmente a fare acqua quando si sposta su scala molto maggiore, e tale spostamento è lo sport preferito degli stessi funzionalisti, sia quelli con dottorato sia quelli con un blog in cui parlano di Nuovo Ordine Mondiale. Fornire una spiegazione dell’ordine sociale partendo dall’idea che il risultato finale sia stato voluto da qualcuno, anche se si tratta delle persone più potenti del mondo, implica che queste operino in maniera perfettamente razionale, all’interno di un ambiente a zero incertezza, che conoscano alla perfezione ogni effetto delle proprie azioni e che non ci siano effetti imprevisti e imprevedibili: tutte condizioni impossibili per motivi di ordine cognitivo, tecnico e politico. Le evidenti contraddizioni di un simile modo di intendere i rapporti causali erano chiare anche a chi gettò le basi per l’analisi funzionale in sociologia, il già citato Durkheim. Il sociologo di Épinal sostenne infatti che un simile metodo confonde due domande. “Dimostrare l’utilità di un fatto”, scrive Durkheim, “non spiega le sue origini” e che analisi storico-causale e analisi funzionale vadano separate, in quanto “non può essere il nostro bisogno delle cose a farle esistere, né a conferire ad esse la loro natura”. Un consiglio rimasto inascoltato tanto da molti sociologi funzionalisti quanto dai loro figli bastardi, i complottisti del cui prodest.

Passando al secondo problema, le crepe nello scafo causate dalla dubbia concezione di spiegazione causale diventano falle irreparabili quando si osservano da vicino la nozione di ordine e l’uso del concetto di bisogno. Per i funzionalisti, il fatto che esista l’ordine nella società è dato per scontato, è una condizione assiomatica dalla quale partire, non una variabile da indagare. Questa situazione di ordine persiste grazie allo svolgimento di alcune funzioni sociali che concorrono alla sopravvivenza del sistema nel suo insieme. Ancora una volta fa capolino lo spettro dell’organicismo, espulso dal vocabolario sociologico verso la fine dell’Ottocento e ritornato sotto forma di (più o meno) nuove e raffinate analogie prese in prestito dalla biologia evolutiva novecentesca. L’idea della società come “grande animale” ritorna così attraverso concetti come “sopravvivenza”, “imperativi funzionali” e “bisogni sistemici”. Non si tratta una semplice aggiunta a una altrimenti stabile impalcatura teorica: lo stesso concetto di “funzione” dipende strettamente da quello di bisogno sistemico, in quanto lo scopo della funzione è quello di svolgere un compito necessario al mantenimento dell’organismo-società. Ma necessario al mantenimento di cosa? Quale condizione rappresenta l’ordine? Come e soprattutto perché dovrebbe operare questa Mano Invisibile dell’omeostasi? Ancora una volta il gergo organicistico reca più danno che benefici. Non si possono attribuire alle società le caratteristiche degli esseri viventi, per quanto possano queste essere attraenti e apparentemente eleganti, si tratta di oggetti troppo diversi. Le società non crescono, non nascono e non muoiono, non hanno “bisogno di qualcosa” per evitare la morte dell’intero corpo, non sono entità fisiche, insomma non sono un corpo! Non sono in condizioni stabili, non hanno bisogni e non assorbono gli shock esterni ritornando a un livello stazionario: il sistema circolatorio non è il sistema bancario, i governi non sono il cervello della collettività e una rivoluzione non è una ciucca riequilibrata da un fantasioso fegato sociale. Ironicamente, pensare la società in questi termini è valido quanto lo è immaginarsi il corpo umano come nei cartoni educativi per bambini: un insieme di persone che concorrono al funzionamento di una enorme creatura in cui ognuno fa la sua parte. Come quest’ultima è pessima anatomia, il funzionalismo è pessima analisi sociale, ed entrambe non hanno cittadinanza nel discorso scientifico contemporaneo. Allora perché recuperare un’eredità che ci si lascerebbe volentieri alle spalle, magari provocando ancora più confusione con l’utilizzo improprio di strumenti già irrimediabilmente compromessi?

“È oggettivamente funzionale”: la risposta già pronta

Come l’organicismo è servito alla sociologia per mimetizzarsi e legittimarsi come discorso sulla società, il complottismo si è messo il cappello da funzionalista per non destare sospetti. Prendendone in prestito vocabolario e posa, si è anche fatto carico di tutti i suoi problemi, aggravati dal diverso interesse conoscitivo. Infatti, per quanto imperfetto possa essere il lavoro dei sociologi funzionalisti, questi si sono posti come obiettivo la produzione di conoscenza sulle società partendo da un atteggiamento scientifico che riconosceva nei canoni dell’indagine accademica un punto di partenza imprescindibile. Queste preoccupazioni non fanno invece parte della mentalità complottista, alla sola ricerca di argomentazioni a proprio favore.

Tre delle caratteristiche del funzionalismo accademico variamente intrecciate – mantenimento dell’ordine, conseguenze come causa ed equifinalità – sono ciò che meglio contraddistingue il complottista funzionale, quello che non vuole essere accomunato ai pazzi col cappello di carta stagnola, ma che ci tiene a dare una lucente patina di rigore ad una “ricerca” le cui conclusioni sono già scritte prima ancora del suo svolgimento.

L’asserzione standard ha una struttura argomentativa del tipo “X è funzionale al mantenimento di Y, quindi è provocata da Z, che ci guadagna da Y”. Basta buttare dentro una locuzione latina o un termine altisonante e intellettualoide (se è un neologismo, meglio) per fugare ogni dubbio circa la preparazione del suo autore: questo è uno che ne sa. Ancora una volta: per cause ed effetti immediati dell’azione di uno o pochi attori si tratta di un’ipotesi preliminarmente valida, quando invece si cerca di spiegare in questi termini cose come il terrorismo globale e elezioni locali si entra nel campo della cospirazione bella e buona.

La formula è estremamente flessibile: si parte dal fine adattando le altre componenti alle circostanze. Si arriva così a sostenere che gli attentati dell’11 settembre (X) siano stati causati dagli Stati Uniti stessi (Z) in quanto grazie a questi sono riusciti a mantenere il loro dominio (Y). Che tutto ciò sia vero sarebbe tutto da dimostrare, ma non è l’adeguatezza della spiegazione l’obiettivo di una simile posizione; questa serve solo per fornire una base pseudoteorica all’assunto di partenza. Il crollo verticale della borsa americana, la contrazione del PIL newyorkese stimata attorno ai 30 miliardi di dollari soltanto nei tre mesi successivi all’attacco, e l’inizio di due guerre che sono costate nel momento in cui scrivo oltre 5 mila miliardi di dollari sono tra i tanti fatti irrilevanti, visto che il primato esplicativo spetta alla relazione teorica tra le tre parti.

Il pasoliniano “Io so, ma non ho le prove” si trasforma in “Io so perché ho la teoria, al diavolo le prove”. L’utilizzo di categorie vaghe al punto da essere inutilizzabili per qualsiasi indagine rigorosa è ciò che rende affermazioni come “X è fatto per distrarre l’attenzione mediatica da qualcosa di più importante” così frequenti. Se la distrazione è ciò che permette la salvaguardia dello status quo, ne discende che le lotte della comunità LGBT siano sostenute da chi ha interesse a mantenere le cose come sono o altre castronerie del genere. D’altronde, c’è davvero bisogno di dire cosa sia l’attenzione, quali siano gli attori in gioco, e di come stiano le cose? L’attrattiva prodotta dai richiami a una realtà più profonda che si cela dietro alle apparenze e dall’utilizzo di un gergo distaccato (queste spiegazioni fanno infatti largo utilizzo di termini come struttura, funzione, oggettivamente, equilibri geopolitici e altre parolone usate senza cognizione di causa) compensa le carenze teoriche e argomentative. Tuttavia, non risulta un’operazione particolarmente difficile, dal momento che si tratta di convertire i convertiti.

Martelli, chiodi e politica

L’impostazione teorica del complottista funzionalista è estremamente pervasiva: rende possibile comprendere e spiegare ogni evento su scala planetaria soltanto andando a vedere i (presunti) beneficiari. È un attrezzo ingannevolmente potente, che rende superflua la ricerca di metodi alternativi. Ed è solo un attrezzo. Se il solo strumento che possedete è un martello, vedrete in ogni problema un chiodo” scriveva Maslow settantanni fa, e questa massima è valida ancora oggi per chi, come i complottisti, forza la propria conclusione su ogni interrogativo. Guerre, movimenti sociali e riforme sono tutti chiodi da battere senza cura delle enormi differenze che li contradddistinguono.

Se si trattasse solamente di una pessima attitudine para-scientifica, i problemi inizierebbero e finirebbero sulle microtestate online dove queste persone espongono il proprio pensiero. Ma non è così. Come si diceva all’inizio dell’articolo, questo tipo di complottismo è molto popolare in ambienti politicizzati, mira a costruire una spiegazione della realtà per una comunità di persone che aspira a modificarla, anche in maniera radicale. Quel che mi chiedo quindi è: al di là dei problemi teorici evidenziati, come può un mondo in cui tutto concorre al mantenimento dello status quo, un mondo in cui ogni azione apparentemente positiva sotterraneamente conferma e rinforza il dominio dei potenti, essere aperto a qualche tipo di azione politica? Come è possibile opporsi a un potere così penetrante, in grado di calcolare ogni conseguenza delle proprie azioni, capace di manipolare qualsiasi manifestazione di dissenso trasformandola in una risorsa a proprio favore, un potere presente in ogni ambito della vita umana su scala globale? A queste domande non viene e non può venir data una risposta soddisfacente senza una drastica revisione degli assunti della teoria funzionalista del complotto che non credo che avverrà a breve. Dato che lo scopo di questo orientamento è quello di confermare preconcetti ed eliminare le ambiguità, non serve aggiustare ciò che non è rotto.

Da Theorein n°1

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