Affascinati dalle prospettive filosofiche che l’accademia e l’esperienza ci sottopongono, siamo spesso propensi a sposare piú o meno consapevolmente la visione di una qualche scuola. Ma fino a che punto siamo disposti a prenderle sul serio? E quale ruolo rivestono le credenze degli altri una volta che abbiamo preso la nostra posizione? Questi interrogativi non solo scomodano la questione di quelli che i mass-media chiamano in blocco estremismi-fondamentalismi-integralismi-radicalismi, ma soprattutto guarda in faccia i modi che scegliamo per dare veramente significato alla nostra esistenza.

A me è successo con le pagine di Credere nel reale, nelle quali Rocco Ronchi dà ragione della propria lettura dell’opera di Gilles Deleuze (1925-1995) e Felix Guattari (1930-1992), filosofi del reale e della differenza in sé. Ma è bastata una breve conversazione con un mio compagno di corso, seguace di Lévi-Strauss (1908-2009) e dello strutturalismo, a confermare l’urgenza di interrogarsi sull’irriducibilità delle credenze reciproche. Questo non significa che mi stupissi di quanto gli altri la pensino diversamente da me o che io abbia improvvisamente rivalutato il concetto di tolleranza. Piuttosto, mi sono chiesto ancora una volta: «Che cosa vuol dire il mio credere in una filosofia senza confini e di coesistenza, quando devo accettare che il mio interlocutore parli di strutture e opposizioni binarie? E quanto sono disposto a credere io stesso che ogni categoria e ripartizione del mondo possa essere superata?»

Per rispondere a questa domanda ho pensato sia di guardare io stesso piú da vicino a Deleuze e Guattari (d’ora in avanti, per brevità e per maggior gloria degli interessati, D&G), sia di proporre al mio amico un confronto aperto sulla questione di quelli che chiamo legami, cioè il pre-giudizio categorizzante che spiega la realtà, la società, la natura solo se si accetta di determinarle ed identificarle. In questo articolo cercheremo solo di inquadrare i termini della questione nei rispettivi campi di riferimento, per lasciare riflessioni di piú ampio respiro ad articoli successivi.

Massimo: “Riconosco in D&G (sia come constatazione, sia come merito) un grande sforzo della filosofia per porsi-contro perché nonostante, come si vedrà, non si tratti affatto quella di una filosofia del negativo, c’è l’intenzione di farsi carico di un pensiero di contestazione, come quello irrotto nella storia nel corso del ’67 e del ’68. I loro bersagli sono manifesti: la rappresentazione, il pensiero simbolico, il corpo organico. Questa esigenza nasce dal voler prendere sul serio la realtà. È inammissibile che tutti gli sforzi fatti nella storia e dalla storia del pensiero per emancipare l’uomo, si infrangano contro lo sconforto e la disillusione della realtà razzista, genocida e annientatrice che il colonialismo, il capitalismo e i totalitarismi hanno sprigionato. Non ci si può esimere dalla responsabilità e dalla portata ontologica dell’evento solo perché è troppo brutto, non si può ridurlo a un simbolo di un’idea, un’economia, un progetto sottostanti. Il simbolo è un qualcosa che noi mettiamo al posto di qualcos’altro, suo fondamento. È nelle ultime pagine di Differenza e ripetizione che Deleuze si scaglia contro il concetto di “fondamento”. Per il pensiero rappresentativo, le cose vanno sempre fondate: da Platone che pone la vera realtà nella dimensione al di là del cielo, l’iperuranio, a Hegel che ammette il gioco dialettico solo col presupposto di qualcuno che gioca, l’Assoluto. È qui che si cela il mistero del corpo organico: che gli organi saranno pure diversi, ma ciascuno è ripartito secondo la propria funzione, secondo una sub-ordinazione armonica ai fini della totalità come un monolite. Invece questo corpo va fatto saltare, col dolore intenso che la percezione lascia penetrare nell’esistenza, nella vita fatta essa stessa piú di intensità che di estensioni. E non ci sono contenitori, cause dirette, leggi fisse che tengano: è la realtà che lascia coesistere tutte queste differenze che, anche se si scontrano, alla fine non rendono conto a nessuno.

Qui arriva il però. Questo pensiero eversivo, manifestamente, può tornare utile contro il professore di religione “aperto” che rispolvera Freud e Lévi-Strauss per definire la “proibizione dell’incesto”, la separazione delle femmine concesse da quelle proibite, della sacra famiglia dal mondo delle tentazioni, l’inizio e la premessa di ogni cultura umana. Può tornare utile in senso mazziniano e democratico contro chi distingue “la questione sociale dalla politica”. Può tornare utile contro il filologo che spiega intellettuali nazisti a lezione e, pur specificando che il loro non fosse un nazismo di maniera, né un nazismo di adeguamento richiesto per fare carriera, ma un nazismo convinto, presente, pure specifica che “bisogna separare gli indiscussi meriti intellettuali dalla fede politica”. Però: quando si respira al di fuori della contestazione, o meglio quando la contestazione apre immediatamente lo spazio per rifare il mondo, allora la questione piú dirimente attanaglia il rivoluzionario: sul serio, è possibile vivere senza legami? Lasciar essere la differenza in sé senza privilegiare dei canali, dei partiti, delle gerarchie?”

La risposta degli strutturalisti è un no convinto. Mattia scrive: “Alla base del lavoro di Lévi-Strauss vi è la consapevolezza della necessità di leggere più in profondità del senso esplicito di una qualsiasi manifestazione culturale, nella convinzione che nel suo intimo risponda a uno schema di pensiero, a una struttura appunto, in cui può essere collocata soltanto se correttamente posta in relazione con gli altri elementi del sistema, specialmente con quelli diametralmente opposti. Sempre nell’ottica dell’opposizione si sviluppa il suo lavoro comparativo su differenti società, di cui mette a confronto gli elementi per far risaltare più che le similitudini le simmetrie oppositive.

Mi rendo conto che tale modo di procedere possa sembrare, nell’epoca dell’interpretazione, un poco arrogante, con la sua implicita convinzione di poter capire meglio un sistema di simboli rispetto a chi lo vive effettivamente. Ma non è forse vero che l’architetto, pur non sapendo edificare un muro, vede il disegno d’insieme con più chiarezza del muratore più esperto? La lingua che conosciamo meglio e parliamo con più facilità è anche quella che conosciamo meno dal punto di vista formale, e la usiamo istintivamente secondo strutture apprese per imitazione. Questo non significa che non abbiamo una comprensione dei fenomeni in atto (si pensi alla sensazione di dolore epidermico nel sentirsi dire “se io sarei…”), ma solo che non si tratta di una comprensione esplicita, e soprattutto non sempre ci risulta esplicitabile, perché per noi che ci siamo cresciuti in mezzo è una realtà autoevidente. In definitiva, per poter accedere a questo approccio metodologico, l’antropologo deve riconoscersi il ruolo di specialista e dare per buona la sua lettura profonda della realtà, pur senza dimenticare il suo ruolo di agente disturbante, ma tenendolo in conto come fattore di disturbo marginale e non come centro della sua analisi.

Mi sembra a questo punto necessario approfondire rapidamente le proprietà che attribuisco al linguaggio, non necessariamente verbale; ogni volta che nominiamo un oggetto compiamo una doppia azione contemporanea e inscindibile, nel senso che mentre affermiamo la realtà materiale o fantasmatica che sia del segno in questione chiamiamo anche alla mente un reticolato di elementi che si trovano in relazione di vicinanza o opposizione con esso e che escludiamo dalla definizione, secondo differenti gradi di distanza; se per esempio diciamo cavallo oltre a comunicare l’idea del cavallo chiamiamo anche in causa una serie di altre associazioni, da non è assolutamente una nave a non è proprio un bue, fino all’estrema vicinanza di è quasi un mulo.”

La nostra speranza è di arrivare nei prossimi mesi a sviscerare le questioni sollevate, consapevoli che se non è possibile arrivare a un comune approdo, è sempre  proficuo far dialogare opinioni divergenti.

Massimo Camnasio e Mattia Erba

Un pensiero riguardo “È davvero possibile una filosofia senza confini?

  1. Ci dobbiamo decidere: o pensiamo che esista, hegelianamente parlando, una organicità che ci sovrasta, che ci rende partecipi ma mai artefici delle nostre “scelte” o pensiamo che il nostro agire – ed insieme il nostro pensare – siano creativi, pur nell’uso di ciò che già ci è dato, come il linguaggio e le sue parole. Se si da a due uomini lo stesso armamentario di parole e convenzioni, è possibile che uno lo usi per scrivere William Wilson ed un altro la “sceneggiatura” di qualche puntata di un posto al sole.

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