Negli ultimi anni in Italia si è vista una grande rinascita dell’interesse per le culture e le tradizioni dei paesi dell’estremo oriente, e in particolare per il Giappone. Il segnale forse più evidente è il proliferare di un numero esageratamente alto di ristoranti giapponesi ad ogni angolo delle nostre città, il fatto che al 90% siano <<All you can eat>> gestiti da personale cinese è poco importante. Anche in televisione nei programmi di cucina gli ingredienti e le tecniche orientali stanno diventando di uso comune, lo stesso vale per i ristoranti di fascia più alta, sia per quanto riguarda la cucina fusion, sia per quella tipica. Inoltre sono nati numerosi corsi ed eventi legati alla cucina giapponese, come per esempio il “Saké festival” di Milano, giunto ormai alla sua quarta edizione.

Anche l’arte giapponese è stata protagonista di numerosi eventi ed esposizioni nelle maggiori città italiane, ricordiamo ad esempio la straordinaria mostra “Hokusai, Hiroshige e Utamaro”, ospitata a Palazzo Reale di Milano tra il 2016 e il 2017, curata dalla professoressa Rossella Menegazzo dell’Università degli Studi di Milano. Sempre a Milano, e sempre a cura della Menegazzo, sarà visitabile fino al 28 gennaio “Kuniyoshi, il visionario del mondo fluttuante” al Museo della Permanente. A Roma invece fino al 14 gennaio all’Ara Pacis ci sarà “Hokusai. Sulle orme del maestro”. A dimostrazione del livello raggiunto dall’interesse per l’arte giapponese vogliamo anche citare una piccola mostra tenutasi nel mese di ottobre in una piccola città come Arcore, intitolata “Hokusai. 100 vedute del Fuji. Cento modi per parlare di Dio senza mai nominarlo”.

Un altro mondo in grande crescita legato alle culture orientali è quello dei cosiddetti otaku, gli appassionati di manga, anime, cosplay e videogiochi. Grazie soprattutto alla forte espansione che ha avuto di recente il mercato videoludico e al successo di massa degli youtubers, anche il mondo del fumetto e dell’anime, così come il cosplay, hanno vissuto una buona crescita, basti pensare al successo delle varie fiere come il Lucca Comics, il Romics, la Games Week di Milano, e anche alla nascita di nuovi eventi come il Brianza Comics che vi abbiamo raccontato questa estate (https://theoreinmag.com/2017/09/07/brianza-comics-pro-e-contro-della-fiera-che-non-cera/). Al cinema invece ormai da qualche anno le opere del maestro Miyazaki hanno aperto la strada alla distribuzione di diversi film di animazione.

Tuttavia, nonostante il contesto appena delineato, permangono nel senso comune idee distorte, pregiudizi e superficialità rispetto alla cultura nipponica. Dai più leggeri riguardo la loro indole servizievole, al loro non rispondere mai di no, al loro fotografare qualunque cosa, anche se ormai con l’avvento dei social network è diventata un’abitudine globale, fino alle questioni più serie dei rapporti umani, emotivi e sentimentali, in particolare nella sfera sessuale. Una lettura superficiale viene data ad aspetti come la frequente presenza di elementi antropomorfi nell’arte visiva, del tema ricorrente dello scambio di sesso e del travestimento. Questi elementi sono anche comuni ai fenomeni culturali più soggetti al pregiudizio occidentale: il cosplay, i film di animazione (anime) e i manga. Un esempio recente è l’imbarazzante servizio di Nadia Toffa per Le Iene, andato in onda nel marzo 2016. Gli occidentali spesso vedono in questi aspetti culturali dei fenomeni infantili, di poca importanza, anzi, spesso ne sono disgustati. Questo atteggiamento superficiale ignora, più o meno volutamente, la storia della cultura di questo paese che è complessa e di grande interesse, in quanto lontana e differente da quella europea. Si potrebbe prendere ad esempio il fenomeno dei manga: in Giappone si possono tranquillamente vedere in giro per strada uomini e donne di tutte le età leggere fumetti. Per noi i fumetti sono solitamente un prodotto per bambini quasi sempre privo di qualsivoglia valore artistico e culturale. Tuttavia il manga ha una storia che arriva da lontano, che nasce dal connubio tra arte figurativa, poesia e letteratura.

In Giappone l’opera d’arte è entrata nell’epoca della sua riproducibilità tecnica ben prima che in Europa grazie al Mokuhanga, la tecnica di stampa su carta da matrici di legno intagliate. Questa tecnica fu importata dalla Cina, come molti altri elementi culturali giapponesi, dove veniva utilizzata per la stampa di libri già dal III secolo. Grazie al buddismo questa tecnica di stampa giunse in Giappone circa nell’VIII secolo, risalgono infatti a quel periodo le prime testimonianze di piccoli rotoli di preghiere stampati da matrici di legno. Nei secoli successivi i templi buddisti dell’isola migliorarono la loro tecnica e dall’XI secolo iniziarono a produrre libri sacri corredati anche di immagini. Per lungo tempo la stampa fu limitata al contesto religioso, ma dalla fine del Cinquecento iniziarono ad essere realizzati libri di altro genere e gradualmente a divenire un fenomeno di massa. Parallelamente all’evoluzione tecnica, sempre in ambito buddista, si sviluppavano anche correnti figurative legate al tema della caricatura. Fūshi-eè il nome che hanno preso le raffigurazioni con esagerazioni dei caratteri di alcune figure della società, rappresentate spesso anche in forma animale, mentre i Jigoku-e, le immagini dell’inferno, erano delle caricature utilizzate per insegnare ai bambini le basi della dottrina buddista e dell’etica. Anche queste erano però legate agli ambienti nobiliari e religiosi.

 

Katsushika Hokusai, Fuochi d’artificio sul ponte Ryōgoku (Ryôgoku hanabi no zu), 1790

 

Per trovare una diffusione di massa di immagini e libri stampati bisogna attendere l’inizio del periodo Tokugawa. Nel 1603 Tokugawa Ieyasu divenne Shogun, signore militare, del Giappone e da quel momento ebbe inizio un lungo periodo di pace e sviluppo, il governo militare si insediò nella città di Edo, l’attuale Tokyo, che venne ampliata e diventò il più importante centro economico e commerciale del paese. Ieyasu inaugurò anche, oltre alla politica di isolamento del Giappone, Sakoku, anche la persecuzione sistematica dei cristiani nel paese. Alle persecuzioni è legato un fenomeno curioso che contribuì alla popolarità delle caricature, nella città di Ōtsu, nei pressi di Kyoto, la città imperiale, iniziarono ad essere prodotte delle semplici immagini di ispirazione buddista utilizzate per la preghiera. Dato che Ōtsu si trovava su una delle direttrici più trafficate i viaggiatori acquistavano questi prodotti di arte popolare, detti Ōtsu-e, dal 1603 la loro diffusione ebbe una crescita esponenziale in quanto esserne in possesso era il modo più semplice per dimostrare di non essere cristiani.
Nel Saga Han, il feudo del clan Saga, vennero prodotti i primi esempi di libri in cui venivano combinati testo e immagini, come per esempio una versione dell’ “Ise Monogatari” (“I racconti di Ise”) realizzata nel 1608 da Honami Kōetsu ed edita da Suminokura Soan. In breve tempo opere di questo genere iniziarono ad essere prodotte su scala maggiore per il grande pubblico, durante il periodo Kan’ei, tra il 1624 e il 1643, furono prodotti su larga scala dei libri illustrati di storie popolari, i Tanrokubon, cioè i libri dalla copertina arancio-verde. Nei decenni successivi, grazie allo sviluppo urbano ed economico della nuova capitale Edo, ricostruita e modernizzata in seguito al grande incendio di Meireki che l’aveva distrutta nel 1657, la produzione di libri illustrati crebbe notevolmente e il genere più diffuso era il Kanazōshi i cui temi principali erano il lusso e i piaceri della vita nella capitale.

 

Katsushika Hokusai, Hokusai Manga, 1814

 

Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento divennero invece molto popolari gli Akahon, i libri dalla copertina rossa. Questi erano un esempio del genere Kusazoshi, un genere volgare basato su storie tradizionali legate alla cultura popolare e al soprannaturale, le produzioni di questo genere erano distinte spesso dal colore della copertina, oltre al rosso esistevano anche il nero, il blu e il giallo. Gli Akahon tuttavia si discostarono dai temi popolari e fiabeschi e divennero libri di immagini per adulti molto in voga all’epoca in cui il testo era molto ridotto e aveva un ruolo secondario. Lo stesso accadde ai Kibiyoshi, i libri dalla copertina gialla, inizialmente questi erano libri illustrati per bambini ma cambiarono genere diventando libri umoristici, satirici, che ridicolizzavano le usanze tradizionali. I Kibiyoshi erano stampati in monocromia e con delle didascalie descrittive delle immagini.

Secondo lo scrittore e traduttore americano Fredrick L. Schodt il manga moderno sarebbe il prodotto diretto della commistione del genere dei libri illustrati Kibiyoshi con la corrente artistica degli Ukiyo-e, cioè le immagini del mondo fluttuante. L’Ukiyo-e è il genere di arte visiva giapponese più famoso in Occidente e i suoi maggiori esponenti sono gli artisti più presenti nell’immaginario occidentale. Abbiamo già citato i più importanti come Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige, tuttavia essi sono gli esempi più alti e innovativi ma più recenti di un movimento nato circa cento cinquant’anni prima di loro.

Le prime opere che secondo gli studiosi sono riconducibili alla scuola Ukiyo-e risalgono alla metà del Seicento. Si tratta di rotoli dipinti che venivano appesi alle pareti, Kakemono. Quasi tutti questi dipinti non portano una firma, hanno però in comune il fatto che ritraggono scene di vita quotidiana contemporanea e non i soggetti canonici imposti dalle scuole pittoriche. Il primo esempio di Ukiyo-e secondo alcuni sarebbe il “Pannello Hikone”, un paravento dipinto, Byōbu, datato tra il 1624 e il 1644. Il primo artista a ricorrere alla stampa per la produzione di Ukiyo-e fu Hishikawa Moronobu che nella seconda metà del Seicento ricorse al Mokuhanga per rispondere alla grande richiesta del pubblico. Egli fu tra i primi a firmare le proprie opere, il suo successo fu talmente grande che, oltre a diventare esempio di stile per la riproduzione di figure femminili, iniziò a realizzare stampe indipendenti dalla produzione libraria. L’arte del Mokuhanga non fu più soltanto al servizio della letteratura ma assunse una propria indipendenza e dignità artistica.

Utagawa Hiroshige, “Il ponte Ichikoku (Toto Ichikobubashi)” da Le trentasei vedute del Monte Fuji, 1858

 

Gli Ukiyo-e erano diffusi largamente tra la classe dei commercianti della capitale Edo. I soggetti più rappresentati nel periodo iniziale erano le bellezze femminili, le cortigiane di Asakusa, il quartiere del piacere e del divertimento, gli attori del teatro Kabuki, la forma teatrale più popolare del paese, personaggi storici, letterari e anche i lottatori di sumo. Il mondo fluttuante a cui si riferisce il nome della corrente artistica era infatti il nuovo mondo di piaceri e divertimenti che era nato grazie allo sviluppo economico di Edo e della nuova classe media, colta e amante della bella vita dei teatri, delle case da tè, dei locali e delle geishe. I soggetti di questo genere infatti erano soprattutto persone conosciute e personaggi famosi.

Il colore nelle stampe del primo periodo era aggiunto a mano, la grande domanda di opere colorate venne soddisfatta dall’invenzione della stampa a colori realizzata utilizzando un blocco intagliato per ogni colore, una soluzione semplice ma per nulla ovvia introdotta nel 1765 da Harunobu Suzuki. In questo periodo acquisirono molta importanza anche i paesaggi, soprattutto le complesse prospettive geometriche dei palazzi e delle strade affollate della città. Spesso inoltre le immagini erano accompagnate da una breve composizione poetica Haiku dell’artista. Verso la fine del Settecento il paesaggio iniziò ad assumere il ruolo di soggetto delle opere Ukiyo-e cessando di essere un semplice sfondo per le figure umane anche grazie all’influenza delle tecniche prospettiche occidentali. In questi anni l’ Ukiyo-e ebbe il suo periodo di maggior successo grazie ad artisti come Kitagawa Utamaro, maestro della rappresentazione di figure umane e soprattutto di bellezze femminili ideali.

Shin’ichirō Watanabe, Cowboy Bebop (anime), 1988

 

Con il nuovo secolo, come detto, il paesaggio divenne un ulteriore soggetto per gli artisti Ukiyo-e, e la prospettiva un elemento di studio. La tecnica di rappresentazione giapponese della natura era legata alla sua idealizzazione, alla composizione degli elementi e all’atmosfera che l’artista intendeva creare. Infatti la prospettiva tradizionale era costruita su diversi piani che definivano la profondità, mentre la prospettiva occidentale, fondata sull’osservazione stretta della natura risulta più fedele alla realtà. I più grandi maestri di questo ultimo periodo e più grandi interpreti del tema paesaggistico, oltre che degli altri, furono Hokusai e Hiroshige. Tra i loro lavori sono infatti conosciute in tutto il mondo “Le trentasei vedute del Monte Fuji” di Hokusai o “Le cinquantatré stazioni del Tokaido” e “Le cento vedute di Edo” di Hiroshige. I due maestri seppero coniugare in modo geniale la prospettiva giapponese con quella occidentale facendosi influenzare dagli artisti europei e influenzando incredibilmente l’arte del vecchio continente. Dopo di loro, da metà Ottocento, iniziò il declino dell’Ukiyo-e, iniziava infatti un periodo difficile per tutto il paese, lo shogunato Tokugawa era in crisi come la società e l’economia giapponese, la restaurazione Meiji e l’apertura forzata all’Occidente erano ormai alle porte. I giapponesi però non dimenticarono le opere di questi grandi artisti, lo stile e l’immaginario Ukiyo-e influenzarono l’arte successiva, compresa quella dei manga e anime. Questi infatti continuarono a essere presenti nella vita di tutti i giorni in altra forma come vignette e caricature pubblicate da quotidiani e riviste.

Katsuhiro Ōtomo, Akira (manga), 1982

 

Grazie ad alcune coincidenze storiche l’arte giapponese di quel periodo ebbe modo di raggiungere l’Europa. Già due anni prima della caduta dei Tokugawa, nel 1867, all’Esposizione Mondiale di Parigi il Giappone decise di esporre gli “Hokusai manga” e altri libri di immagini a dimostrazione della grande popolarità e importanza di questo genere di arte visiva. Il Giappone si aprì agli stranieri nel 1869 quando, al termine della guerra Boshin (la guerra dell’anno del drago), sconfitto lo Shogun, l’imperatore Meji aprì la strada ai commerci con l’Occidente. Da quel momento le opere degli artisti giapponesi iniziarono a giungere in Europa e a stimolare l’interesse e l’immaginazione di alcuni dei più grandi artisti dell’epoca come Van Gogh o gli impressionisti Monet, Manet e Gaugin. Veicolo di questo nuovo interesse definito Japonisme fu anche la rivista “Le Japon artistique” e l’interesse non fu solo per le stampe ma anche per dipinti, porcellane, manufatti, fiori e giardini.

Fu proprio Hokusai a introdurre il termine manga nella storia dell’arte giapponese, anche se nei suoi “Hokusai manga” il significato era di <<schizzi sparsi>> si tratta di una delle varie forme artistiche da cui si sono poi sviluppati i manga per come li conosciamo oggi anche nella loro forma animata. Si tratta dunque di un genere espressivo che ha una storia complessa e non banale, è da considerarsi una forma d’arte mista tra forme alte e forme basse, tra arte nobile e arte popolare. Anche gli svariati temi che vengono trattati hanno una loro ragione storica, per quanto possano risultare lontani dai nostri canoni, il giudizio tranchant di infantilismo o devianza, comune in Occidente, non tiene di certo conto degli aspetti citati finora. Non ha senso non considerare manga e anime come forme d’arte, hanno le loro radici nell’arte tradizionale giapponese e l’influenza dell’arte occidentale, Jaqueline Berndt sostiene che:

come forme d’arte contemporanea dissolvono definitivamente quella che viene vista come una linea impermeabile tra arte alta e arte bassa; oggigiorno è impossibile scartare i migliori esempi di manga e anime come in qualche modo inferiori a ciò che viene lodato come le “belle arti”.

Katsushika Hokusai, Veduta del monte Fuji da Kajikazawa nella provincia di Kai, da Trentasei vedute del Monte Fuji, 1830 – 1833

 

Riferimenti bibliografici:

BERNDT Jaqueline, “Permeability and Othering: The Relevance of ‘Art’ in Contemporary Manga Discourse”, in Approches critiques de la penseé japonaise du XXe siècle, ed. Livia Monnet 349 – 375, Montréal, Les Presses de l’Université de Montréal, 2001

MACWILLIAMS Mark W., Japanese Visual Culture: Explorations in the World of Manga and Anime, New York, Routledge: Taylor and Francis Group, 2008

2 pensieri riguardo “L’arte visiva giapponese e il pregiudizio dell’Occidente contemporaneo

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