Qualche settimana fa, su molti giornali è uscita la notizia della pubblicazione del rapporto MIL€X sui costi spropositati sostenuti dai paesi NATO per la missione di pace in Afghanistan dal 2001 ad oggi. Come ormai d’abitudine, purtroppo, anche le maggiori testate nazionali si sono limitate a riprendere e copia-incollare il comunicato stampa e alcuni stralci del dettagliato report.

D’altronde è da diverso tempo che la questione delle missioni militari italiane all’estero non occupa le prime pagine dei quotidiani, perciò anche i più zelanti opinionisti da carta stampata o da tastiera non si sono interessati alla questione. L’argomento non attira. Per di più ci si dovrebbe inoltrare in un campo per niente agile, in continua complicazione. In un panorama generale italiano in cui si fa fatica a distinguere i sunniti dagli sciiti, figuriamoci quanto possa essere arduo districarsi tra talebani, Isis, pashtun e qaedisti. Nonostante le premesse ben poco rassicuranti, tuttavia, non ci si può esimere da un’analisi della questione per comprendere qualcosa di più della situazione della regione in cui le nostre truppe sono impegnate da sedici anni, in relazione ai rapporti in Oriente e riguardo all’impegno italiano al servizio della NATO e soprattutto alla sua utilità.

“Afghanistan. Sedici anni dopo” è il terzo rapporto MIL€X uscito nel 2017, dopo il “Primo rapporto annuale sulle spese militari italiane” e “Iraq. Quattordici anni di missioni italiane”. In continuità con le prime pubblicazioni, il rapporto qui preso in esame mantiene la puntualità e l’approfondimento delle analisi e dei calcoli delle spese e degli sprechi sostenuti dallo stato italiano nelle guerre degli ultimi anni, aggiungendo però un’attenzione alla situazione politica e militare interna afghana. Le spese totali ufficiali sostenute dall’inizio della guerra sono di 900 miliardi di dollari, di cui 7,5 miliardi spesi dall’Italia, senza contare le spese accessorie che secondo le università americane Harvard e Brown porterebbero al raddoppio della cifra ufficiale. Insomma, una spesa annuale di 28 mila dollari per ogni cittadino afgano, a fronte di un reddito medio annuo di 600 dollari. Cifre che non si può far altro che considerare spropositate.

Ulteriori considerazioni si possono trarre dal raffronto con gli investimenti in progetti di cooperazione civile. Nel caso dell’Italia gli stanziamenti ammontano a un totale di 260 milioni di dollari, cioè quasi 30 volte meno rispetto alle spese militari. L’evidente disparità di investimenti mette in risalto il taglio marcatamente militarista dell’intervento, anche italiano, in Afghanistan. A questo si aggiunga che dopo 4 anni di progressiva diminuzione del numero di effettivi sul campo, negli ultimi 3 anni si è assistito non solo a ulteriori aumenti del numero di soldati impiegati in Afghanistan (l’Italia è diventata così il secondo paese per numero di effettivi nell’area dietro agli Stati Uniti) ma anche un ritorno in prima linea delle truppe del nostro paese. “La più lunga e costosa campagna militare della storia italiana”, alla faccia della missione di “pace”.

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Negli ultimi mesi la situazione nel paese ha visto un’inversione di tendenza nelle conquiste e nell’ampliamento di zone di influenza delle forze governative e internazionali nei confronti dei talebani. In uno dei paesi più poveri del mondo, governato da uno tra i governi più corrotti del mondo, la forza che si impone come liberatrice dall’invasore e dai potenti corrotti, in questo caso i talebani, ottiene un prevedibile sostegno della popolazione locale. In particolare dal novembre 2015 al febbraio 2017 i distretti sotto il controllo talebano sono passati dal 7% all’11% del totale, a cui va aggiunto il 29% di distretti contesi nei quali i talebani hanno il pressoché totale controllo delle zone rurali. La regione sotto il comando italiano è tra le più colpite da questo problema, insieme al Sud del paese. Per questo motivo le truppe italiane sono tornate in prima linea a supporto del disorganizzato e disunito esercito afgano e i raid statunitensi sono tornati a livelli di intensità che non si vedevano dal 2012.

Accanto a questo “ritorno alle armi” di alcuni dei paesi intervenuti in Afghanistan, si assiste a un costante aumento di vittime civili, per le quali sono disponibili solo i dati relativi alle vittime “dirette” del conflitto, circa 35.000. Numeri che non tengono conto delle vittime “indirette”, dovute cioè alle condizioni precarie create dal conflitto in corso. Secondo una ricerca della Brown University questo numero ammonterebbe a 360.000 civili. In particolare, in costante aumento è il numero di minori vittime dirette del conflitto ogni anno. Questa cifra è triplicata dal 2009 a oggi, e se si aggiungono i bambini feriti il totale arriva addirittura a quintuplicare.

La gestione occidentale della questione afgana è stata senza dubbio un fallimento. Come biasimare in una situazione simile la volontà della popolazione di ottenere una vera indipendenza e possibilità di risorgimento? L’unica alternativa alla coalizione a comando statunitense appare l’altrettanto poco allettante compagine ultra-conservatrice (in questo per niente differente dall’attuale governo legittimato dall’occidente che è comandato dall’Alleanza del Nord) dei talebani, che però rispondono alla necessità di un governo realmente indipendente e autoctono. I pochissimi progressi registrati negli ultimi anni, come il leggero incremento dell’alfabetizzazione dal 32% al 38% e qualche minimo miglioramento della condizione femminile limitato alle grandi aree urbane, sono il risultato dell’attività di organizzazioni internazionali e ONG, non certo della NATO. L’unico risultato economico-sociale attribuibile alla connivenza e alla copertura dell’alleanza atlantica è la rinascita della coltivazione e del commercio dell’oppio e dell’eroina. Un’attività che permea la società afgana a tutti i livelli del corrottissimo governo e che alimenta un terrificante mercato interno, in cui il numero di tossicodipendenti è aumentato del 650% in dieci anni ed ha alimentato un’enorme diffusione dell’AIDS, e una rinnovata vivacità del mercato internazionale. In Italia il numero di vittime dell’eroina sta tornando ai livelli degli anni ‘80.

In una simile situazione non si fatica a comprendere come anche il rappresentante delle Nazioni Unite in Afghanistan, Tadamichi Yamamoto, sia sempre più propenso a favorire un dialogo tra tutte le realtà del paese per poter raggiungere degli accordi che permettano un’effettiva autonomia del paese nell’ambito di una cooperazione internazionale che possa fungere come supporto per una lenta e complicata ricostruzione. Rendendo anche i talebani partecipi di questo processo. Su questo punto sarà utile sottolineare la differenza tra talebani, ISIS e Al-Qaeda. Cito testualmente dal rapporto MIL€X:

“E’ opportuno ricordare che i talebani non rappresentano una minaccia per l’Occidente poiché la loro agenda è la liberazione nazionale, non la jihad internazionale: combattono i jihadisti stranieri dell’ISIS-Khorasan infiltratisi in Afghanistan e non hanno mai organizzato attentati in Occidente (né hanno avuto alcun ruolo negli attacchi dell’11 Settembre, che avevano apertamente condannato).”

Ma la legittimazione per convenienza della fazione talebana non può essere una soluzione credibile per il futuro del paese, considerato da dove essi provengono e di quale sia la loro storia.

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I talebani, letteralmente “studenti”, sono uno dei gruppi di mujahidin formatisi dopo lo sfaldamento della Repubblica Democratica dell’Afghanistan nel 1992. I mujahidin erano una serie di milizie paramilitari islamiche che, con l’appoggio e il finanziamento della NATO e delle democrazie occidentali, combatterono contro la repubblica afghana e l’esercito sovietico in uno dei più lunghi conflitti svoltisi durante la guerra fredda. Dopo il ritiro delle truppe dell’URSS, e il successivo crollo del blocco comunista, la situazione che si presentava in Afghanistan vedeva l’ormai morente repubblica democratica circondata da una serie di territori indipendenti controllati da “signori della guerra” e gruppi paramilitari di fondamentalisti islamici. Tra questi, ben presto si distinsero due fazioni principali: la cosiddetta “Alleanza del Nord” (Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan), un’organizzazione politico-militare nata dall’unione di tutti le fazioni presenti nel Nord del paese, in gran parte rappresentanti delle minoranze etniche e religiose, che controllava il nuovo Stato islamico dell’Afghanistan; e i talebani, fondamentalisti sunniti, che nel 1996 conquistarono la capitale Kabul, torturarono e uccisero (con la complicità dei caschi blu dell’ONU) l’ex-presidente Mohammad Najibullah e fondarono l’Emirato islamico dell’Afghanistan, che comprendeva la parte centrale e meridionale del paese.

Cominciò allora la sanguinosa guerra civile che dura ancora oggi, e che si alimenta della complessità etnica e delle differenze religiose tra le numerose organizzazioni tribali del paese. Per contrastare il potere acquisito dai talebani, che intrattenevano stretti rapporti con un al-Qaeda ormai diventata ostile all’occidente, rientrarono in gioco gli Stati Uniti. Nel 2001, infatti, in seguito all’invasione, fu l’Alleanza del Nord ad ottenere i maggiori vantaggi dai raid statunitensi. Oggi i signori della guerra che facevano parte dell’Alleanza del Nord mantengono posti rilevanti nel governo e nel sistema di potere del paese, nonostante si siano divisi in differenti movimenti politici. I talebani, dal canto loro, hanno subito diverse sconfitte dall’intervento della NATO ad oggi, ma ora sembrano godere di una rinnovata vitalità. Ciò che li avvantaggia in primis è la situazione disastrosa in cui versa il paese dopo sedici anni di guerra e occupazione (a ben vedere la guerra civile non si è mai realmente interrotta dal 1978, anno della rivoluzione). Inoltre la popolazione, soprattutto quella rurale, vede i talebani come i difensori dell’indipendenza afghana e della religione ortodossa, in quanto il Centro e il Sud dell’Afghanistan sono a maggioranza sunnita.

Su questi aspetti principali poggiano i pilastri della politica talebana. L’uniformità religiosa del paese secondo la dottrina wahhabita, come richiesto dall’Arabia Saudita principale finanziatore della fazione talebana (in aperta e dichiarata alleanza fino al 2001), combinata con il codice d’onore tipico delle tribù pashtun, l’etnia maggioritaria nel paese. L’aderenza alla sharia si scontra, ma solo dal punto di vista morale, con gli interessi economici e di potere. Nonostante infatti si presentino come pii restauratori dell’ordine, anche i talebani oggi favoriscono la produzione e il commercio delle droghe in ottica di profitto per finanziare il loro jihad. L’emirato che vorrebbero ricostruire non sarebbe altro che un ritorno a una società tribale e feudale, come il regime vigente nel loro Emirato islamico dell’Afghanistan (1996-2001), forse persino peggiore del regime attuale. Per questo motivo la proposta di un’interlocuzione con i talebani appare, non tanto strumentale, quanto di impossibile realizzazione, poiché da parte loro, date le premesse dichiarate, non potrebbe mai essere accettata una soluzione intermedia tra la guerra e un nuovo emirato fondamentalista.

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La soluzione di uno stato federale multietnico in cui non sia più la guerra portata dall’occidente al centro dell’agenda politica e che possa godere della collaborazione internazionale per instaurare un processo di ricrescita, fino ad ora mai prospettato, sembra al momento l’unica soluzione plausibile e nell’interesse, in particolare, della popolazione afgana. Di certo uno stato governato secondo la sharia, che reprime qualsiasi diritto civile e che permette a pochi di vivere delle sofferenze della popolazione non sarebbe auspicabile, il governo attuale dell’Afghanistan, in fondo, è proprio questo. Il progresso e i miglioramenti civili ed economici possono avvenire solo tramite la cooperazione e la collaborazione. Il comando NATO e il suo governo fantoccio non hanno portato nulla di buono agli afghani, anzi, li hanno condotti a una situazione limite. L’unica alternativa è che il popolo afghano possa essere messo in condizione di prendere in mano il suo destino e il destino del proprio paese, in un ambito regionale di maggior apertura e collaborazione possibile. Ma questa rimane la prospettiva di più difficile attuazione.

Il rapporto “Afghanistan. Sedici anni dopo” e tutti gli altri rapporti MIL€X sono consultabili e scaricabili sul sito milex.org.

Vittorio Fiori

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