Stephen King, autore contemporaneo di noti bestseller, ha ispirato moltissimi film horror, tra i quali, per ricordare i più validi, Misery non deve morire (1990), Stand by Me (1986) di Rob Reiner, Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma (1976), e il capolavoro Shining di Stanley Kubrick (1980). Il suo romanzo It venne adattato per la prima volta in una miniserie televisiva diretta da Tommy Lee Wallace nel 1990. Nonostante il suo scarso valore artistico – fatta eccezione per l’interpretazione di Tim Curry – il film ebbe un successo enorme, e terrorizzò un’intera generazione di adolescenti e appassionati di horror.

L’uscita del nuovo adattamento del romanzo – questa volta per il grande schermo -, era molto attesa sia da chi, deluso dalla vecchia miniserie, sperava in un film che rendesse giustizia al romanzo, sia da chi semplicemente, conoscendo il soggetto, si aspettava un buon film horror. Il film, diretto da Andrés Muschietti, è tecnicamente un buon prodotto, con un’ottima fotografia, anche se non riesce a far tremare la sala a dovere. Inoltre, non brilla in originalità in quanto cerca i cliché dell’horror contemporaneo, come banali jumpscare, e sangue a fiumi (scena di Beverly in bagno). Nonostante, comunque, i suoi pregi tecnici, è opinione diffusa che il suo punto di forza sia la fedeltà al testo originario. Reazione curiosamente speculare a quella degli anni 90: nonostante la serie fosse una schifezza, il problema maggiore riscontrato era la scarsa fedeltà al testo.

Sembra esserci una certa tendenza a pretendere dai film riconoscenza nei confronti dei loro soggetti letterari. It ne è solamente un esempio – e sarà il nostro paradigma per l’intero articolo -, ma l’idea che “il libro è migliore del film” è un leitmotiv diffusissimo nelle discussioni spicciole post-cinema. È vero? E per quale motivo questa credenza è tanto diffusa?

Una prima considerazione da fare è che esiste la convinzione che le due forme d’arte trapassino l’una nell’altra senza soluzione di continuità. E questo vale anche per l’opinione opposta, “in questo caso il film ha superato il libro”, più rara ma della stessa matrice.

Ora, senza dubbio il cinema intrattiene con la letteratura un dialogo fecondo. Spesso la preparazione del cineasta è anche letteraria, come nel caso di Akira Kurosawa, enorme conoscitore della letteratura mondiale – firmò, per fare un esempio, un adattamento del romanzo L’Idiota di Dostoevskij. A volte il cinema ha persino contratto debiti stilistici nei confronti della letteratura, come nel caso di Pier Paolo Pasolini, che nella prima fase della sua produzione cinematografica, sviluppa la tecnica del discorso indiretto libero – ampiamente utilizzato nella letteratura verista di fine 800’ da Giovanni Verga -, che consiste nel ritrarre un personaggio ispirandosi all’estetica e al vissuto del personaggio stesso, analogamente a quando Verga, in un discorso indiretto, esprime il pensiero di Rosso Malpelo o Padron ‘Ntoni.

Questo stretto rapporto dipende allora da un’universale dell’arte, ovvero la narrazione, la trama degli eventi. Ma se si considera questa il fine dell’arte, il cinema non è vicino alla letteratura più di quanto non lo sia alla pittura o alla musica, dalle quali differisce per i mezzi utilizzati, analogamente a quanto sostenuto da Aristotele nella Poetica, ovvero che l’arte è imitazione di un’azione verosimile. Perciò, il cinema non deve alla letteratura più di quello che deve alla pittura. Ne è una conferma, ad esempio, il citazionismo pittorico di molti cineasti rilevanti: La Ricotta di Pasolini, in cui le moltissime citazioni manieristiche dimostrano la sua formazione storico-artistica; Arancia Meccanica di Kubrick, dove viene riprodotto La Ronda dei Carcerati di Vincent Van Gogh. Non possiamo perciò appigliarci al concetto di narrazione per mostrare la connessione tra queste due forme d’arte.

pasolini
Citazione de la Deposizione di Volterra (Rosso Fiorentino) in La Ricotta (1963) di Pier Paolo Pasolini 

L’impressione che abbiamo è che questo supposto nesso non abbia tanto delle basi essenziali, artistiche, ma piuttosto sociologiche. La credenza che il libro sia superiore al film, infatti, dipende dal nostro modo di fruire il cinema e, in generale, il mondo dell’arte e dell’intrattenimento. L’industria culturale ha sempre più unificato i diversi campi dell’arte, integrandoli in brand perfettamente riconoscibili. Tim Nollen, analista di Macquarie Securities, prima dell’uscita del settimo episodio di Star Wars, prevedeva che al botteghino la produzione avrebbe incassato meno della metà del guadagno sui gadget. Una stessa azienda, perciò, produce prodotti artistici di diverso tipo – ne è un altro esempio la Disney (film, fumetti, gadget, ecc.). Tutti noi, inoltre, possiamo testimoniare questa integrazione: sono appassionato di cinema, non compro una copia di Ciak? Mi piacciono i The Cure, non mi piacerebbe avere un poster? Per quanto riguarda il nostro paradigma, mi è piaciuto il romanzo It, non vado al cinema a vedere il nuovo film?

Questo non significa certo che le arti più diverse non abbiano mai collaborato in epoca precapitalistica o non continuino oggi a farlo indipendentemente da ragioni economiche e abitudini contemporanee: Gustav Doré ha illustrato la Commedia di Dante; gli Iron Maiden hanno realizzato testi a partire da opere letterarie di grande valore, come Murders in the Rue Morgue di Edgar Allan Poe o The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge; il fumetto Dylan Dog è pieno di citazioni cinematografiche, letterarie e pittoriche e basterebbe leggere un solo numero per rendersene conto, così come per Rat-Man. Tuttavia, come già anticipato, si tratta di citazioni spontanee, di fili sottili, brevi, dettati da bisogni artistici. Altra cosa sono le esigenze di mercato, che tendono alla creazione di brand vendibili. Sarebbe curioso indagare il nesso tra queste pulsioni economiche e il citazionismo spinto rivendicato dall’arte postmoderna, ma non è questo il luogo. Quello che dopo questa brevissima e banale riflessione ci interessa sostenere, più che un’interpretazione strettamente marxiana del fatto artistico, è che l’idea “il libro è migliore del film” ha un appiglio nella percezione e nella concezione contemporanee dell’arte.

Ciò che si vuole sottolineare è l’autonomia del cinema, che nel suo confronto con la letteratura, viene frequentemente considerato sconfitto. Come ci insegna Moholy-Nagy in Pittura Fotografia Film (1925), manifesto della fotografia moderna, compito dell’artista è scoprire, comprendere e sviluppare la peculiarità del proprio mezzo artistico. Bisogna comprendere, per così dire, il timbro del proprio strumento. E il cinema è immagine in movimento. È essenzialmente diverso dalla letteratura, eppure si mettono sulla stessa bilancia film e libri come se si trattasse della stessa moneta. Il discorso sulla competizione artistica è presto liquidato facendo nostro il pensiero del grande compositore ed etnomusicologo ungherese Béla Bartók: le competizioni sono per i cavalli, non per gli artisti. Ma rimane la questione. Come già detto, se si vuole cercare un punto in comune tra le due arti non si può far altro che riferirsi alla narrazione. Eppure, tale idea traballa perché, oltre alla ragione esposta in precedenza, il prezzo da pagare per essa è spogliare il cinema delle sue caratteristiche proprie e di piegarlo al suo semplice esporre una trama.

Un film non è esaurito dalla sua trama per diversi motivi. Innanzitutto, nella storia del cinema sono esistite correnti che non sposano un ideale narrativo. Nel quadro delle avanguardie cinematografiche degli anni 20, François Albera distingue le avanguardie narrative da quelle non narrative. Queste seconde avevano il preciso intento di violare le regole del cinema istituzionale, ad esempio rinunciando all’unità dell’opera, privilegiando la giustapposizione di frammenti senza significato, o sperimentando nuovi trattamenti poco ortodossi della pellicola (come quando Man Ray appoggiava dei chiodi sulla stessa esposta alla luce in Le retour à la raison, del 1925). In questo contesto è difficile aspettarsi le peripezie di ragazzini che cercano di ammazzare una creatura demoniaca aliena di nome It.

Ovviamente, le avanguardie non narrative sono state esperienze minoritarie – questi autori si erano addirittura posti il divieto di proiettare i loro film al cinema -, eppure appartengono al cinema esattamente come Forrest Gump o Quarto Potere. Ma senza aggrapparci a un esempio che alcuni sarebbero propensi a considerare poco rilevante, anche le avanguardie cosiddette narrative – francese, tedesca e russa -, sempre secondo la definizione di Albera, ci aiutano nella nostra argomentazione. Pensiamo alla celebre scena della carrozzina sulla scalinata in La Corazzata Potëmkin. A un certo punto viene inquadrata una anziana signora che urla; successivamente la macchina segue la carrozzina e dopo aver mostrato un soldato russo con un manganello in mano, ci viene rimostrato il volto della signora questa volta insanguinato. La giustapposizione di immagini violente, senza alcuna fluidità, ma con la ricerca del sorprendente tipica di Ėjzenštejn – quasi un antico jumpscare -, suscita nello spettatore disgusto e odio per le violenze dell’esercito dello zar. Ora, come sarebbe possibile una reazione di questo tipo in un romanzo? Essa non è forse dovuta a una tecnica esclusivamente cinematografica? Questa scena sta al cinema come la Gioconda sta alla storia dell’arte, ed è un esempio classico del sapiente uso del montaggio da parte di Ėjzenštejn. Non si può certo ritenerlo poco rilevante ai fini del nostro discorso.

corazzata
La Corazzata Potëmkin (1925)

Il montaggio, la fotografia, i movimenti di macchina, sono elementi ineludibili quando si discute un film. Sostenere che “il libro è migliore del film” implica un impoverimento dell’arte cinematografica.

Inoltre, quando si appiattisce il linguaggio cinematografico a un semplice elenco di eventi, si dimentica un aspetto rilevante. Siamo assuefatti al linguaggio cinematografico, poiché piccoli e grandi schermi, smartphone, tablet, PC o, in due parole, le immagini virtuali sono un tratto dominante dell’esperienza estetica e percettiva contemporanea. Tuttavia, tale familiarità non deve coglierci in inganno. Il linguaggio cinematografico non è “naturale”; è piuttosto il frutto complesso di scelte di grandi cineasti del passato, contingenze storiche, tali per cui, ad esempio, percepiamo la filmografia di Griffith distante anni luce dalla nostra estetica cinematografica. Insomma, il linguaggio del cinema è un fatto culturale che ha avuto un percorso talmente lungo e tortuoso che riferirsi a un film come a una “storia” risulta una semplificazione grossolana.

Infine, tornando al nostro paradigma, dobbiamo porci una questione. Siamo davvero sicuri che l’adattamento di It sia riuscito a catturare la trama, i personaggi, l’estetica del libro? Perché risulta assurdo credere che un film di due ore possa anche solo riassumere la ricchezza narrativa di un romanzo di 1300 pagine. Quanto a questo punto dovrebbe essere chiaro, però, è che questa ossessione della fedeltà al libro è una pretesa fuori luogo, perché la trama non è l’esclusiva competenza del cinema. Dopo aver colto un’ispirazione, una traccia, un accenno dalla letteratura, il film viaggia su binari propri. Se proprio insistiamo nel voler paragonare il film di Muschietti e il romanzo di King, paradossalmente, dobbiamo riconoscere che la pellicola ha fin troppo inseguito la sinossi del romanzo, e, non fornendo adeguatamente l’articolato contesto di provenienza e buttando lì delle brevi citazioni catchy di molti snodi e avvenimenti del testo, si rivela un’opera piuttosto dispersiva. Non ce n’era bisogno, sarebbe bastato concentrarsi su piccoli aspetti. Il cinema non ha certo bisogno di stampelle.

Siti

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-10-29/quanto-vale-nuovo-star-wars-ecco-tutte-stime-stellari-incassi-174622.shtml?uuid=ACeG4rPB&refresh_ce=1

Avanguardie non narrative

https://www.youtube.com/watch?v=0PNWJsr7hOU

https://www.youtube.com/watch?v=yrfibt6Bkwc

https://www.youtube.com/watch?v=rGvauaVlz3o

La Corazzata Potëmkin, scena della carrozzina

https://www.youtube.com/watch?v=Cj8yyfdG3hk

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