Dalla Slovenia arriva Gramatik (pseudonimo per Denis Jašarević) che a suon di beat scalda l’atmosfera dell’Alcatraz e coinvolge il pubblico con un’ora e mezza di show, che nulla ha da invidiare ai grandi del genere. Dopo un anno denso di successi, dati soprattutto dal suo ultimo album Epigram, lo sloveno inizia un nuovo tour che promette di non lasciare i suoi fan a bocca asciutta.

Lo ammetto, non sono un’amante del suono sintetico e prima del concerto ho dovuto documentarmi il minimo indispensabile per poi non dovermi trovare di fronte la pagina bianca senza sapere che pesci prendere. Fortunatamente il live è bastato a fugare ogni mio dubbio.

Ma, come sempre, partiamo dall’inizio!

Arriviamo all’Alcatraz quasi correndo: imprevisti su imprevisti ci avevano portato ad accumulare talmente tanto ritardo che “Trenitalia levati”! Riusciamo comunque ad entrare poco prima delle 21, orario di inizio del concerto.

Ci troviamo davanti ad un’area estremamente ridotta; di tutto lo spazio, normalmente disponibile davanti al main stage, restava solamente una piccola porzione delimitata da pesanti quinte nere. Con grande sorpresa notiamo che la sala è quasi vuota. La cosa mi stupisce, sono abituata all’estrema puntualità degli eventi milanesi dove il sipario si alza non più tardi di cinque minuti dopo l’orario previsto. Ma effettivamente sono solo le 21 e probabilmente il bacino di pubblico raggiunto dallo sloveno non è ampio come quello degli artisti a cui sono abituata.

Prendiamo posto di lato, i fotografi si posizionano sotto palco, le persone cominciano a gremire la sala e il rumore delle spillatrici inizia a farsi sentire prepotentemente nonostante la musica di sottofondo, ma di Gramatik nemmeno l’ombra. Aspettiamo pazientemente mentre varie canzoni si susseguono e i video promozionali dei prossimi eventi targati Alcatraz passano, uno dopo l’altro sugli schermi. Il pubblico è eterogeneo e l’età media è decisamente più alta di quello che mi aspettavo e questo forse proprio per la morfologia del genere che deve tanto a ritmi e suoni decisamente figli della dance anni ’80 e ’90. L’arredo del palco, invece, è molto semplice: un grande tavolo nero fornito di diversi computer e mixer, teli neri tutti intorno mentre sullo sfondo campeggia, in bianco, il nome dell’artista; oggettivamente, mancando totalmente la presenza di strumenti, non si poteva fare altro, anche se qualche altro piccolo arredo scenico avrebbe contribuito a rendere il tutto un po’ meno statico.

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Dopo circa un’ora di attesa, la folla inizia a rumoreggiare mentre il Denis prende posto accompagnato da un chitarrista (una presenza costante ed importante nei suoi live).

Le luci di sala si spengono, le luci motorizzate si accendono, lo scroscio degli applausi inonda la sala: lo spettacolo può cominciare!

Musicalmente non si presenta male. Il sound è coinvolgente, del tipo che trascina anche i meno portati ad agitarsi e ballare! Le commistioni tra i vari generi sono interessanti: i repentini passaggi tra funky, soul, rock, d’n’b, hip hop, si susseguono guidate dall’immancabile beat che tiene il tutto insieme e dà un senso di continuità.

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La presenza del chitarrista arricchisce il tutto e rompe un po’ la monotonia dell’elettronica, mentre gli assoli, che devono tanto, se non tutto, al rock più classico, fanno da contrappunto alla modernità dei suoni elettronici creando una coinvolgente sinergia, come un botta e risposta tra passato e presente! I vari generi e sound si incastrano come fanno le parole in una costruzione sintattica, alcune possono sembrare stonate ma nel complesso della frase vanno ad esprimere al meglio la volontà creativa di Gramatik.

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Molto interessante è stata la Visual Art che univa grafiche semplici, dalle linee sottili su sfondo nero, con immagini create appositamente per determinati brani e con time-lapse del traffico che mi hanno riportato alla mente le atmosfere di Koyaanisqatsi. Purtroppo, però, la posizione delle luci, principalmente puntate sul pubblico e poco sull’artista, il fumo e la proiezione poco luminosa hanno limitato la visione dell’unico arredo scenico d’impatto.

Il pregio migliore è stata l’acustica: è vero stiamo parlando di un luogo chiuso, non troppo ampio e con quinte blocca suono messe lì di proposito, ma ciò non toglie che in qualunque posizione si riuscisse ad avere un suono nitido e pulito.

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Che altro dire?

La serata, nel complesso, è stata divertente, molto più di quanto mi aspettassi! L’atmosfera era intrisa della voglia di ballare e scatenarsi sulle note di un sottovalutato Gramatik. È sicuramente uno dei dj con maggiori possibilità di successo, sia per la sua estrema creatività sia per la sua presenza scenica, pacata ma coinvolgente! Apprezziamo notevolmente lo sforzo di parlare in italiano: solo per questo si aggiudica un 10 punti stima aggiuntivi!

P.s. Purtroppo per questa data abbiamo avuto degli inconvenienti con i fotografi e abbiamo ripiegato sull’amatorialissimo Davide che ha comunque cercato di fare del suo meglio! Please non flagellatelo!

Reportage: Alessia Marini

Foto: Davide Fedele

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