Malinconia d’autunno scende su Carroponte. L’ultima serata della stagione estiva, l’ultima festa prima del ritorno dell’ordine e del grigio, dopo una stagione da record di presenze. Ad accompagnare il tramonto sui tre mesi di baldoria, una giornata perfetta: pioggia e freddo fin dalla mattina, timori, ansie. Ma gli organizzatori hanno giustamente deciso che lo show doveva andare avanti: fidandosi delle previsioni, concerti confermati. Ex-Otago e Lo Stato Sociale: anche su di loro sta scendendo l’autunno. L’autunno della fine del tour per entrambi, l’autunno di un possibile ritorno in studio che però non si sa mai, coi soldi e il tempo che se ne vanno. L’ultima data, l’ultima sera, l’ultimo sorriso strappato, l’ultima sbronza, le ultime due band. Due band con due storie differenti, rappresentative di due modi diversi di farsi strada quando vuoi solo suonare la tua musica, senza accettare (troppi) compromessi. I primi sono uno di quei gruppi improvvisamente saliti alla ribalta dopo 2-3 dischi di gavetta: tutto d’un tratto, si è cominciato a parlare di loro sui social, sui blog, negli eredi delle fanzine, sulle riviste, dopo anni passati nell’underground. I secondi, sono da subito stati la next big thing dell’alternative italiano: il primo LP Turisti della Democrazia fu subito un successo e da lì cominciò una scalata che in soli 5 anni li ha portati a suonare al Forum di Assago, ad avere fan che se ne fregano della pioggia battente e affollano Carroponte fin dalla mattina, a vedere gente che festeggia il proprio matrimonio a un loro concerto. Guardate le foto se non ci credete.

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Attaccano alle 21 gli Ex-Otago, presentando l’ultimo disco Marassi e sembrando un po’spaesati dalla vastità del main stage sestese e dall’affetto di un pubblico che non si risparmia. Tre quarti d’ora di onesto elettropop un po’malinconico, spinto bene dal basso e con effetti mai troppo cafoni o invasivi: verrebbe voglia di definirlo “stile cantautorale” ma è una definizione stantia, vuota e che non vuol dire più nulla (grazie mille critica musicale barsportista), quindi lasciamo perdere. Mi piacerebbe parlare con loro, come con tanti altri gruppi, per chiedere come ci si sente a essere, secondo qualcuno, l’ennesima “ventata d’aria fresca della musica italiana”, che dovrebbe essere ormai una roba più ventosa di Trieste a novembre e invece continua inesorabilmente a far cagare: non dà la sensazione di essere uno stereotipo? Comunque sono bravi, dedicano Ci Vuole Molto Coraggio ai ragazzi sotto palco e si fanno apprezzare. La gente canta felice e ti sembra che tutto vada bene.

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Alle 22.30, attacca Lo Stato Sociale. Durante il concerto, ripeteranno molte volte che nemmeno loro sanno esattamente cosa li abbia trasformati nel big act che sono ora: la devozione nei loro confronti è totale, l’accoglienza che il pubblico (risvoltini, doppi tagli, maglioni e occhiali tondi ovunque) gli riserva è quella che siamo abituati a vedere solo per band straniere. Nonostante la pioggia che ricomincia, la distesa di cemento diventa un’enorme sala da ballo, in un movimento continuo e ininterrotto di canto a squarciagola e movimenti sbagliati, ma sinceri. La sincerità è un tratto che allo Stato Sociale nessuno, neppure i critici più severi, ha negato: non c’è nessun tipo di affettazione, di costruzione o di finzione nel loro modo di porsi. I discorsi sulla necessità di tenere i concerti a basso prezzo, sull’inutilità delle marchette in radio (forse abbiamo capito con chi ce l’avevano), il fatto di non avere un frontman (tutti i cinque cantano, si scambiano gli strumenti o anche semplicemente ballano sulle basi), la geniale idea del “villaggio vacanze con karaoke umano” (aka medley di basi su cui il pubblico canta i testi scritti su dei giganteschi lenzuoli alzati dai membri del gruppo), tutta roba che dà l’idea di un’espressione genuina e non viziata dai comportamenti da star in cui altri indulgono.

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Non se la tira, Lo Stato Sociale: canta un disagio generazionale con un atteggiamento volutamente un po’cialtrone e dei suoni synth pop sufficientemente paraculi da non ridurre l’uditorio potenziale. Ne viene fuori un bel concerto, non piagato dai problemi di suono che avevano funestato la data del Forum: rispecchiarsi nelle loro canzoni è semplice, per una generazione senza idoli né ideali, con un sacco di voglia di un bel ritornello da cantare tutti insieme. Non c’è niente di male. Un’onda di voci travolge Buona Sfortuna, Io Te & Carlo Marx, Amarsi Male. Ci Eravamo Tanto Sbagliati e Abbiamo Vinto la Guerra suscitano danze improvvisate e scomposte. Menzione speciale per la canzone-manifesto Mi Sono Rotto il Cazzo, accolta con un tripudio. Il concerto è chiuso con l’urlo “Io odio il capitalismo!” che potrebbe far sorgere il solito dibattito sulla musica impegnata e sul fumo negli occhi. Lasciamo perdere: il concerto è stato piacevole, sulla musica in sé, si giudichi altrove.

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Nota finale su Carroponte: ultima data, si è detto. E non si sa per quanto. Stretto tra i debiti di ARCI e le pretese assurde di un’amministrazione comunale interessata alla sua chiusura (ai distruttori che ci governano abbiamo accennato altrove), l’ex fabbrica vive un destino incerto. Fantasmi all’orizzonte e l’impressione che ci sarà da lottare. Buona fortuna.

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Reportage: Alessandro Boggiani
Foto: Gaia Schiavon

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