Quando uno arriva alla soglia dei trent’anni, comincia inevitabilmente a farsi delle domande sul futuro. Pensa a come gli piacerebbe festeggiare, ma prima riflette se sia in assoluto il caso di festeggiare o meno. Rimugina sul fatto che i trentenni in realtà non esistono più, schiacciati dalla precarizzazione del lavoro e dalle incertezze sul futuro, affronta interrogatori familiari su famiglia e figli. Insomma, arrivare a trent’anni non è semplice. Di vita, per carità, ma anche, come gli Afterhours, di carriera. Trent’anni su e giù dai palchi e dentro e fuori dagli studi, sempre rincorsi dai demoni personali e da quelli professionali, per lungo tempo in bilico tra lo sfondare e il finire nell’oblio, costantemente preoccupati di deludere i vecchi fan o non conquistare i nuovi, camminando sempre sull’orlo del precipizio che rispedisce nell’anonimato “quel gruppo così bravo, chissà che fine ha fatto”. Sopravvivere per trent’anni a tutto ciò nella giungla di rancori e snobismo che è l’alternative italiano è decisamente una cosa da festeggiare, magari con un bel tour dalla scaletta nostalgica, magari con degli ospiti dal passato. Al passaggio del carrozzone da Brescia, COLMO c’era.

Ma prima di parlare del concerto, due parole sulla venue: la festa di Radio Onda d’Urto, storica emittente legata al mondo dell’autonomia, capace ormai da più di 25 anni (ancora cinque anni prima della fatidica soglia, dunque) di allestire un evento assolutamente unico. Dieci giorni della musica più varia (date un’occhiata al programma: dallo Stato Sociale ai Suffocation il passo è breve solo qui), condita da dibattito politico e iniziative sociali. Decine di bancarelle vendono di tutto, tra di esse si infilano ritmi africani e techno da rave: la festa va avanti ore anche dopo la fine dei concerti. Odori di incenso e di birra aleggiano tra la polvere, sventolano le bandiere della Rojava, di Azione Antifascista e di Non Una di Meno. Librerie fornitissime e parrucchieri improvvisati. Cibo vegano e tatuaggi maori. Gente di tutti i tipi, di tutte le etnie, di tutti gli abbigliamenti, di tutte le classi. Si fa fatica a esprimere a parole quanto siano necessari posti del genere oggi: se c’è una cosa che i recenti sgomberi di realtà come Làbas (Bologna) ci insegnano, è che siamo governati da distruttori, interessati a diffondere una visione paternalista ed elitaria della cultura, che può essere solo quella ufficiale e istituzionale. Una cultura respingente e per pochi. Qualunque esperienza di creazione dal basso (di arte ma anche di comunità umana) deve essere stroncata, senza timori. Diventa quindi importante creare e mantenere dei bastioni liberi, aperti e solidali, dove a fianco di artisti maggiormente inseriti nell’industria culturale (come gli Afterhours), siano valorizzate le realtà territoriali e underground, sia promosso l’incontro di culture e non si respiri l’aria soffocate degli abusi di potere. Un’atmosfera allegra e festosa che contagia anche i fotografi sottopalco: abituati a guardarsi in cagnesco, stavolta finito il duro lavoro si sbronzano insieme. Ci casca anche la nostra che comincia a tempestarmi di vocali sul suo stato psicofisico e su dove ritrovarla alla fine del concerto. Non sarà un’impresa semplice.

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La band attacca inizia alle 21.45, e l’inizio è decisamente robusto. Strategie, Germi, Male di Miele, Rapace. Per molti, ne sono certo, il tutto potrebbe anche finire qui e sarebbero soddisfatti ugualmente. Ma ci aspettano altre due ore di concerto, nonostante qualche problema con le restrizioni agli orari imposte dalle forze dell’ordine, di cui Manuel Agnelli si lamenta sardonico. Il frontman è in ottima forma: simpatico non lo è mai stato, però canta ancora alla perfezione (anche se sui primi pezzi avrebbe potuto avere una devastante raucedine e il pubblico avrebbe comunque supplito a meraviglia) ed è il motore di questa macchina complessa chiamata Afterhours. Alla soglia dei trent’anni di carriera, Agnelli è stato capace di mettere insieme forse la miglior formazione che la band abbia mai avuto, con Fabio Rondanini alla Batteria, Roberto Dall’Era al basso, Xabier Iriondo e Stefano Pilia alle chitarre e Rodrigo D’Erasmo a un sacco di cose. A dispetto di ciò che dicevamo sul futuro dei trentenni, questa formazione ha registrato il più recente lavoro della band, quel Folfiri o Folfox che guarda un po’ è anche uno dei migliori. Sei pezzi di questo disco vengono snocciolati nella parte centrale dello show: si segnalano la palpitante Grande e l’intensissima L’Odore della Giacca di mio Padre.

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Non è un concerto autocelebrativo. O meglio lo è, ma è comunque la musica a dominare la scena: l’alternanza tra pezzi lenti e più intensi è calibratissima, molto lunghi e vari gli inserti improvvisati, a metà tra noise, shoegaze e jazz. Si passano in rassegna quasi tutti i dischi, anche l’ingiustamente dimenticato I Milanesi Ammazzano al Sabato, celebrato con un’ottima esecuzione di Riprendere Berlino. Il concept sul logorio della vita moderna a nord del Po Padania viene riportato alla mente di tutti con l’esecuzione della toccante title track. In fondo, siamo tutti nati tra ciminiere e campi di neve fradicia. Agnelli è anche riuscito a coinvolgere lo storico batterista Giorgio Prette, che sale sul palco per una manciata di pezzi: per due estratti da Ballate per Piccole Iene (splendido disco e splendide canzoni, tutto bello, evviva evviva, peccato che La Sottile Linea Bianca sia suonata in modo un po’svogliato e perda potenza e cadenza: in un concerto in cui nessuno si è tirato indietro quando c’era da tirar fuori i chitarroni, qui è mancata la carica. Peccato), per Voglio una Pelle Splendida (sempre toccante, sempre unica), per Non è per Sempre (sempre pop, sempre delicatissima) e per Quello che non c’è (sempre bluesy, sempre intensa). Abbiamo ancora delle botte nel finale: 1.9.9.6. è un pezzo difficile da descrivere, come tutta la produzione iniziale del gruppo: è palpitante e stralunata, scioccante e meravigliosamente soffocante. La chiusura è per una Bye Bye Bombay in cui il pubblico torna protagonista.

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Il grosso problema dei concerti nostalgia è che manca sempre qualcosa e si va sempre a casa con un leggero amaro in bocca. Perché è vero che è stato bello risentire Ossigeno o Ci Sono Molti Modi, ma in fondo alla gola resta il rimpianto: e Pelle? E Dentro Marilyn? E La Verità che Ricordavo? È impossibile condensare una carriera lunga in un concerto solo, e quella del fan nostalgico è una vita di sacrifici e rinunce. Ma tutto sommato va bene così, è pur sempre una scusa per sperare in un altro tour.

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Foto: Gaia Schaivon
Reportage: Alessandro Boggiani

 

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