Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

(Dante, Inferno III)

 

Iniziare un live report con una citazione dantesca può apparire strano, poi fuori luogo, poi pretenzioso, infine odioso e inutilmente altisonante. Ma la verità è che nulla descrive la serata che abbiamo vissuto meglio di questi versi. E poi il gruppo era Il Pan del Diavolo, che volendo ha anche una certa affinità onomastica elettiva con le tematiche dell’aldilà infernale. Il destino nel nome, insomma.

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Un vento incredibile accoglie i pochi avventori in un’area concerti semideserta destinata a riempirsi con l’andare della serata, ma che vuota assomiglia a un set da duello all’Ok Corral: nuvole di polvere che si alzano, penombra e terra arsa. Anche la macchina del fumo sul palco fatica, la tormenta porta via tutto, comprese però anche le nuvole, regalando un cielo estivo di un blu acceso, che sarà anche dovuto all’inquinamento ma fa il suo effetto. Il duo siciliano inizia alle 22.15, con i pezzi del nuovo disco Supereroi, prodotto nientemeno che da Piero Pelù. Ammetto che non mi ero preparato granché: uno degli intenti originali di questa rubrica era la scoperta, la conoscenza diretta di un artista attraverso il biglietto da visita più efficace e utile che oggi un gruppo possa dare: un concerto dal vivo. E il Pan del Diavolo sul palco ci sa stare: nessuna sovrastruttura eccessiva, interazione con il pubblico ridotta, tanto spazio alla musica. Tanto spazio al loro folk rock chitarroso e danzereccio, scandito dal battito martellante della cassa del cantante Pietro Alessandro Aloisi, vera dinamo che attraverso quel battito e delle ritmiche di chitarra mai scontate riempie il suono e l’atmosfera. E quasi ti dimentiche che sul palco sono solo in due. La chitarra elettrica di Gianluca Bartolo accompagna garbatamente, con variazioni armoniche mai invadenti e assoli brevi ma potenti. Discreto, perfino troppo, anche dal punto di vista dei volumi: Aloisi è dirompente e ogni tanto si avvertono solo i suoni provenienti dal suo lato. Ma forse era il vento a mangiarsi via alcune frequenze.

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Nella musica del Pan del Diavolo c’è un ritmo che definire folk sarebbe un’operazione di colonialismo culturale. Vibra nella loro musica un battito antico, popolare, tribale. C’è sicuramente qualcosa della musica popolare siciliana nel loro beat, che rimane anche nelle composizioni più recenti, che si avvicinano a un maturo cantautorato rock. Anche in pezzi come Messico, che tirano al bluegrass, questo ritmo, questa intensità da danze popolari permane ed è un valore aggiunto. Non si pensi a un meridionalismo strapaesano da due soldi: il punto non è dire che solo perché uno è nato in Sicilia suonerà per tutta la vita il ballo della cordella. Ma è possibile che qualcosa resti dentro anche quando si vola via, verso un suono che porta nelle praterie americane. Il vento non porta l’odore del mare ma Mediterraneo è comunque uno dei momenti migliori del concerto.

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Il pubblico si improvvisa in danze e batte le mani, rumoreggia non con “orribili favelle” ma cantando forte i pezzi più vecchi, battendo le mani a ritmo e creando un’atmosfera di festa. Il tutto è leggermente ripetitivo, ma non stanca, le canzoni scorrono via, il battito continua, il vento soffia ancora. Ora che ho incontrato Il Pan del Diavolo, liberarmene non sarà semplice.

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