È la volta di Dargen D’Amico al Carroponte e noi di COLMO, nonostante ci fossimo dimenticati l’Autan a casa, siamo stati presenti. Superato lo shock post traumatico della battaglia con gli insetti, ecco le impressioni sulla serata.

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D’Amico è in tour insieme alla pianista Isabella Turso e al polistrumentista Diego Maggi (se non lo conoscete leggete qui la sua variegata carriera artistica. Così, tanto per solleticarvi, vi anticipiamo che è stato il produttore di Haiducii. Massì, dai, Dragostea Din Tei…) per promuovere il nuovo disco Variazioni. “Musica con i musicisti” questa volta, una battuta banale ma vera parafrasando il titolo del primo disco solista di Dargen del 2006 Musica senza musicisti. Il rapper milanese ci aveva infatti da sempre abituato, a livello musicale, a produzioni e sperimentazioni elettroniche, invece oggi che il mondo dell’hip-hop si è lanciato nel mondo della dance e dell’elettronica, lui, con il suo ultimo lavoro, andando come sempre contro corrente, ha deciso di scrivere un disco in collaborazione con una pianista e compositrice di formazione classica, nonché eccellente dispensatrice di Autan, come dimostra all’inizio del concerto.

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Il risultato è di ottima fattura, calibrato e di gusto. Il concerto è un’onda emozionale vagamente malinconica. I pezzi più lenti, accompagnati solo dal piano o anche a capella sono la maggioranza: laddove ci sono basi elettroniche, queste non sono mai invadenti, buzzurre o sgraziate, si combinano bene con il piano e l’eventuale strumento a corda (chitarra ma anche, a sorpresa, un liuto). Coi pezzi nuovi è più facile, sono stati scritti e registrati così. Ma davvero notevole è il lavoro fatto sui pezzi vecchi: scarnificati, ridotti all’essenziale, eppure senza snaturarli del tutto. Riuscendo anzi se possibile a esaltare la parola, la lirica, la rima. Non so dire quanto sia stato facile adattare la metrica a questo nuovo suono, sicuramente la parte testuale ne esce rafforzata, resa ancora più protagonista e capace di mostrare nuove sfumature di senso. Ne esce vincitrice, ma il rapporto con la musica si mantiene di qualità e mai si ha il senso di una mancanza, di un vuoto. Un accompagnamento discreto per la performance di un artista completo, capace di passare dal rap allo spoken word al cantato, senza voci di supporto, senza troppe pause, senza orpelli e fronzoli. Capace di reggere la scena su un palco semivuoto, di occuparla da solo e farla occupare al pubblico, che sale sul palco per un coro su Odio volare.

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Lui sul palco è simpatico, uno stile un po’da ex teppista, da sabato pomeriggio alle panke del Giambellino, fatto di battute sulle tipe e sulle canne. Ma con una certa consapevolezza. Autoironico, aperto al dialogo col pubblico, spontaneo, mai finto o eccessivo, elimina quella sgradevole sensazione che molti danno dal vivo: quella di stare recitando uno stanco e sempre uguale copione, serata dopo serata. Ma anche la Turso è un bel personaggio: regge il gioco su tutti i siparietti, ride e scherza, finge di andarsene quando lui finge di dimenticarsi di presentarla al pubblico. Ma anche questo teatrino mantiene una certa, spontanea sincerità. Alla fine, Dargen scappa dal palco per correre al merch, per un po’di selfie e firma copie, creando un’onda anomala di gente che svuota il sottopalco in tempi da fisica delle particelle. Il nugolo di zanzare invece resta immobile, attratto dalle luci che aiutano la crew a smontare. Stolte o, forse, soddisfatte del banchetto.

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Non un concerto strettamente per fan dell’artista o del genere, in sostanza. Anzi tutt’altro, quasi una provocazione, un cambio radicale di scelte mentre la scena va da un’altra parte. Comunque la si pensi, ci vuole coraggio.

 

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Foto: Gaia Schiavon

Reportage: Valerio Fiori & Alessandro Boggiani

 

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