Niccolò Fabi è purtroppo per molti solo una voce alla radio. Uno che va a momenti, ogni tanto tira fuori una hit che tutti canticchiano e poi si riperde nell’oblio. Una meteora, un accompagnatore che ci parla mentre siamo distratti dal traffico sulla tangenziale o dai panni da stirare. Probabilmente è il destino degli antidivi, di quelli che non amano le luci della ribalta quando diventano troppo forti, che preferiscono galleggiare eternamente sulla soglia tra la celebrità e la sparizione, lanciando solo, a volte, flebili segnali della propria presenza al pubblico più ampio. Non è facile, quado sei un personaggio del genere, avere un successo tale da riempire Carroponte in una torrida sera di inizio luglio, ma Fabi ci è riuscito. E il solo pensiero che un uomo mite, tranquillo, umile e posato possa festeggiare 20 anni di carriera davanti a un eccelso numero di spettatori scalda il cuore, perché dipende da null’altro che dalla qualità delle canzoni.

fabi (4 di 1)Nonostante questa premessa, lo show parte a rilento. I primi pezzi non sono particolarmente trascinanti, non hanno gran nerbo e nonostante il ripescaggio di Solo un Uomo dall’omonimo album del 2009 resta l’impressione di un avvio sottotono. Il concerto inizia davvero con Filosofia Agricola, evocativa sinfonia d’inverno e uno dei migliori pezzi dell’ultimo disco Una Somma di Piccole Cose: le immagini di campi brinati in gennaio danno inoltre una sensazione di piacevole frescura. Da qui, un crescendo continuo che però non sfocia mai in chiassoso esibizionismo: il concerto mantiene l’aspetto di un intimo e amichevole ritrovo. Un set sicuramente lento e cantautorale, dove i momenti scanzonati e leggeri sono davvero pochi: l’ironica Rosso (recuperata dal primo disco), Capelli, Vento d’Estate (l’unica cosa vagamente simile a un pezzo da classifica che Fabi abbia fatto, complice lo zampino dell’amico Gazzè) o Lasciarsi un Giorno a Roma. Sono indubbiamente di più i momenti tesi a suscitare l’emozione, a far abbracciare tra loro i presenti. Un bulimico utente di espressioni trite parlerebbe di “toccare frammenti d’anima” o qualcosa del genere. Ci siamo capiti, insomma, le ballatone. Però il tutto non è mai affettato o noioso, c’è sempre un movimento nelle melodie, belle idee negli arrangiamenti (eccellente il finale quasi noise di alcuni pezzi come La Promessa o Una Buona Idea), qualcosa di forte nei testi. C’è sempre un’impressione di sincerità.

fabi (8 di 1)

Menzione speciale per alcune piccole perle. Da buon laureato in filologia, Fabi ha una passione per il recupero delle cose dimenticate e la loro riproposizione: è il caso della palpitante 10 centimetri, estratta dall’oblio in cui è caduto il suo terzo album Sereno ad Ovest. Meravigliosa Ecco, spogliata dalla pur apprezzabile veste indie rock che aveva su disco, ma comunque potente, testimone affidabile della tragedia personale che portò a scriverla. Il Negozio di Antiquariato fa sempre la sua porca figura, anche suonata piano solo. Offeso è un perfetto pezzo da coro. E come tale viene, giustamente, trattato. Facciamo Finta regala un bel momento: al verso “facciamo finta che tu sei diverso/e che malgrado questo io non ti voglio ammazzare”, inizia uno spontaneo applauso. Non è molto, ma in periodo di odio, di egoismo di abbruttimento, piccoli gesti come questo vanno salvati. Nello stesso pezzo, altre parole significative: “facciamo finta che chi fa successo…/se lo merita”. E mentre il successo di Fabi è evidente dall’affetto del pubblico, dire se se lo sia meritato necessiterebbe una voce più autorevole. Però sapere che esistono ancora serate così, dove la musica acquista il potere di esorcizzare il dolore, fa comunque piacere.

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