A pochi giorni dall’apertura della stagione estiva del Carroponte già si capisce che l’andazzo è in crescendo. Domenica 11 è toccato ai Descendents che, per la prima volta, hanno condiviso il palco con i Me First and Gimme Gimmes e i Manges. Ma andiamo con ordine.

Arriviamo al Carroponte prima dell’apertura dei cancelli, da bravi ossessionati da quella rigida etichetta che un concerto prevede. Passiamo i controlli, prendiamo i biglietti e SBAM, siamo dentro. Il Carroponte non delude mai: gli stand di cibo, bevande e gadget, per la serata e non, intrattengono i fan durante l’attesa che, malgrado le mie aspettative, non è poi così lunga. Intorno ci sono almeno cinque generazioni di appassionati del genere, dalla vecchia guardia (inconfondibili cinquantenni che probabilmente hanno pogato più dei ragazzini) ai 2000 (presenza che mi disgusta e rallegra allo stesso tempo). Giusto il tempo di finire la prima birra e già la musica cambia; la canzone in sottofondo sfuma e il primo gruppo inizia a salire sul palco.

I quattro giovin signori in questione sono gli italianissimi Manges (di Las Pezia, secondo la loro pagina facebook) che si rivelano essere un buon gruppo di intrattenimento, ma nulla di “scoppiettante”. Nonostante la loro musica sia godibile e divertente, non hanno certo quella presenza scenica, quel je ne sais quoi che ti fa pensare “cazzo li amo”. Nonostante quella che può essere la mia personale opinione, riescono comunque a centrare il loro obbiettivo ed a scaldare la serata.

Seguono i Me First and Gimme Gimmes che, in camicia rosa acceso di seta e cravatta nera, conquistano la scena in un momento. Neanche il tempo di sistemare gli strumenti e già la folla urla e li acclama. Fanno uno spettacolo degno della loro fama: folli, divertenti, stonatissimi. E noi, pubblico entusiasta, non ci aspettavamo nulla di meno da LA cover band, come non hanno mancato di sottolineare circa a metà dell’esibizione (we’re not a cover band, we’re THE cover band). L’assenza di Fat Mike (sostituito da Jay Bentley, bassista dei Bad Religion) si sente, ma non destabilizza più di tanto la serata: dopo aver offerto i loro folli arrangiamenti di hit della musica più commerciale (tra le altre hanno inserito in scaletta Uptown Girl e Rocket Man), stupiscono il pubblico con un’inedita Come prima (classico della canzone italiana del ‘58) riarrangiata con l’ukulele elettrico che altre volte ha fatto la sua comparsa durante le loro performances.

Alla fine, tra la trepidazione del pubblico e di nuovo in perfetto orario (se non si è notato questo particolare mi sconvolge enormemente), i “bambini” si allontanano lasciando il posto ai “grandi”.

Per chi di voi fosse digiuno di un po’ di sana cultura punk, i Descendents sono gruppo di scalmanati, pazzi furiosi, che agli inizi degli anni 80, partoriscono non delle canzoni, non degli album, ma un vero e proprio genere (anche se lo negheranno fino alla morte). Se non vi fidate sulla parola chiedetelo ai maggiori gruppi punk-rock degli anni 90 a chi devono il loro sound. Chiedetelo agli Offspring. Chiedetelo ai Green Day. In caso non possiate, ascoltate con attenzione tutta la produzione dei Descendents e capirete che l’espressione “inventare un genere” non era affatto un’iperbole.

Più di trenta pezzi per un’ora e mezza di concerto, senza pause, seguiti da ben due bis. La cosa, però, non stupisce se si considera che la durata media delle loro canzoni si aggira intono a due minuti scarsi. Brani brevi, è vero, ma che parlano, che comunicano qualcosa alla folla che li ascolta. Che sia rabbia, felicità, tristezza, i Descentents sono sul pezzo, sempre. Quello che stupisce di più è il loro atteggiamento: sono dei ragazzini troppo cresciuti (a partire da Milo Aukerman, il cantante, che si presenta sul palco vestito come l’inserviente di Scrubs) che non solo suonano, ma si divertono come se fossero solo loro, chiusi nella sala prove mentre provano e riprovano la scaletta della serata. Ridono, scherzano tra di loro, ogni tanto si insultano, il tutto senza pendere l’aura di autorevolezza che li avvolge dall’inizio alla fine dell’esibizione.

Il pubblico, dal canto suo è in estasi. Canta i pezzi, poga, si agita, è vivo!

Che altro aggiungere? Vediamo… be’ nulla! Una serata stupenda condita da ottima musica e buona compagnia, uno di quegli eventi che mancava da un po’.

Santo Carroponte che ospita le cose belle!

Ps. Sì, lo so, l’articolo è spoglio. E le foto? E il reportage? Non ci sono… purtroppo, per incomprensioni e ritardi con la Hub Music Factory, promotrice dell’evento, non ci è stato possibile ottenere i permessi (si tratta pur sempre di un concertone ed ottenere i pass, in questi casi, non è mai facile), quindi nulla. Ci scusiamo per l’inconveniente. Recupereremo!

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