La Brianza non è esattamente il miglior posto al mondo dove vivere. Sia chiaro, è piuttosto in alto in classifica, eh: territorio ricco e florido, a due passi dalla capitale economica del Paese e dall’Ikea di Carugate, opportunità grosse sei hai studiato economia e sei un po’ paraculo. Ma per chi non si accontenta di una vita di aperitivini, il panorama è un po’ desolante, come se da queste parti ci fosse un po’ di riluttanza nell’investire le buone risorse materiali in iniziative sociali, aggregative e tutte ste robe qua. Per quel genere di attrattiva, bisogna rivolgersi a Milano. L’offerta estiva di Villa Tittoni a Desio è uno dei tentativi meglio riusciti di rompere questa dinamica, ma io, pur così interessato a sembrare diverso dalla massa salvo poi accorgermi puntualmente di essere uguale agli altri, non ci avevo mai messo piede. Non per odio, ma per pura pigrizia. Non credete che sia facile, eh, lo vivevo come un grosso vulnus culturale. L’idea di una nuova rubrica per Theorein Mag mi ha spinto ad abbattere il muro (che ultimamente e un’espressione che va forte) e scoprire questo piccolo gioiello. Occasione: uno dei primi concerti grossi della stagione, i Vallanzaska. Ma andiamo con ordine e partiamo dal posto. Come dicono quelli bravi, dalla location.

Il palco è alla sinistra del corpo della Villa. L’anno scorso era esattamente di fronte e probabilmente è stato spostato per dare maggior risalto al complesso neoclassico, che con la vecchia sistemazione era solo un bello sfondo per foto del pubblico. L’elegante linea dell’edificio accompagna così l’entrata nel parco: soffusamente illuminata, è come un monolite discreto e riservato, che non impone la sua presenza. Di fianco, un bel palco, ben illuminato, con area pubblico potenzialmente enorme. Le prime zone del bosco sono sfruttate a meraviglia: lanterne colorate appese tra i rami, tavolini, sedie, amache cuscini, per rendere la zona piacevole anche per chi è lì solo per bere qualcosa e godersi i primi caldi. Nella stessa zona, un palchetto per il djset post concerto, con lo slogan “Il volume è basso. Lo sappiamo”. Siamo in Brianza, il giorno dopo la gente ga de ‘ndà a laurà, e quindi non si può fare troppo casino fino a tardi: questo del volume basso e degli spazi piccoli sembra un buon compromesso col vicinato. Ma è soprattutto l’odore quello che un colpisce: è quel misto di legno, birra, terra e sudore che pervade i grandi festival open air in giro per l’Europa. A Parco Tittoni, se ne respira un piacevolissimo surrogato. La distanza dal palco di quest’area è perfetta: la musica dei concerti non impedisce di parlare, fa anzi da piacevole sottofondo.

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La musica, già: in fondo siamo qui per quello. Partiamo con una citazione che non c’entra un cazzo, così per incuriosire a gratis. Italo Calvino scrisse che ogni prima lettura di un classico è in realtà una rilettura, perché di quel testo si è talmente già parlato, talmente lo si è visto citato, talmente esso si è inserito nelle pieghe dei discorsi pubblici e privati, che già lo si conosce, anche se non lo si è mai letto. Se questa definizione, concepita per i poemi omerici, si può applicare anche al rock italiano, allora i Vallanzaska sono un classico. Dopo 25 anni di carriera e più di 10 album, nessuno può dire in onestà di non conoscerli: sono il gruppo che hai sentito nelle radio e nei djset, che ha fatto da sfondo a serate alternative e balere fricchettone, che ha animato centri sociali e manifestazioni pacifiste. Nessuno esce indenne dai Vallanzaska. Anche chi, come me, li ha sempre vissuti in modo passivo e gregario, accontentandomi di tenermi in casa il mediocre Cose Spaventose, regalatomi all’uscita e ascoltato senza troppa convinzione.

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Quando salgono sul palco, il pubblico non c’è ancora tutto, ma non importa: bastano poche note e il prato della Villa diventa una dancehall. Da lontano, il pubblico sembra un mare mosso: un movimento incessante di teste che ondeggiano, oscillano e vibrano, variando l’intensità e la frequenza d’onda al variare dei BPM.

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Dalla tranquilla risacca dei pezzi più reggae alla tempesta pogante dei momenti che tirano al punk o dei classici che conoscono tutti (e quindi anche io), tipo Sì sì sì no no no o Spaghetti Ska. Il concerto è tremendamente divertente, sia per le gag del cantante Davide Romagnoni, sia per gli snippet di pezzi che vanno dai Police a Jovanotti, sia perché questi ritmi farebbero venir voglia di ballare anche al cadavere di Mike Bongiorno, sia perché l’esperienza colma i vuoti, anche quando la chitarra o la voce vanno un po’per conto loro. Perfino i doppi sensi sull’erba e le battute su Giovanardi sono piacevoli, anche se li hai già sentiti cento volte a cento concerti diversi e fanno molto lotte antiproibizioniste del periodo del berlusconismo trionfante.

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Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, qualcosa come 20 minuti fa, ho deciso che avrei accuratamente evitato la parola “nostalgia”: basta con questo reazionario mito del passato che non torna e di come erano belli gli anni 90. Purtroppo poi mi è tornato in mente che a un certo punto della serata è salito sul palco Antonio Di Rocco, frontman dei Matrioska, e quella sensazione è stata inevitabile. Con lo ska italiano ho avuto uno strano rapporto: quando ero un giovane appassionato di punk e heavy metal (una fase che è finita…ok non ci crede nessuno. Non è finita. Basta togliere “giovane”, mettere i tempi al presente e ci siamo.) consideravo quelle trombette e quei levarini roba da debosciati. Non mi sono mai veramente riavvicinato al movimento, impelagato nei miei pregiudizi non ho mai davvero approfondito la sua conoscenza, mantenendomi osservatore distratto e passivo, perdendomi occasioni uniche di divertimento, simili al concerto di stasera. Un’adolescenza sprecata? Ai posteri l’ardua sentenza. I Matrioska erano comunque una delle poche band con “ska” nel nome che io seguissi attentamente, forse l’unico mio contatto con quel mondo.

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Nel frattempo passarono gli inverni, i governi, i movimenti e i concerti e lo ska, che da metà degli anni 90 era stato una grande onda propulsiva capace di creare i propri dei ed epigoni, si affievolì, sostituito nelle menti e nei cuori dell’italica gioventù da altre forme di distinzione musicale. Ultima e presente tappa, il cantautorato un po ’hipster. Ma la grande era dello ska ha lasciato segni profondi e anzi ora che la moda è passata, esce fuori solo la passione genuina di gente come i Vallanzaska e del loro pubblico fedele. Senza pose, senza finzione, con grande sincerità. La chiusura è affidata a Cheope, forse l’unica cosa simile a una hit che il gruppo abbia mai fatto. Ma in fondo, la notorietà non gli è mai interessata molto. A loro è sempre bastato un pubblico di teste balzanti, che si divertissero con la loro musica. Anche se non la conoscevano.

Ah, p.s.: presentavano il disco nuovo, L’Orso Giallo. I pezzi non sembrano male, ma insomma. C’era un po’ la sensazione che la gente fosse lì per ballare e che la musica fosse vecchia o nuova non contava poi molto.

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Reportage: Alessandro Boggiani
Foto: Gaia Schiavon

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