Sporadicamente nel dibattito pubblico ricompare il dibattito sulla leva militare obbligatoria, di solito spinto da fazioni apertamente reazionarie e conservatrici. Il fronte progressista e delle sinistre, in risposta, ha introiettato un rigetto totale e acritico della questione. Ma siamo assolutissimamente certi che la questione militare sia unicamente appannaggio di nostalgici veterani guerrafondai con l’elmetto o moderni fascisti con un culto mistico della guerra? Il tema è sicuramente delicato e non propriamente lineare, ma è un dato di realtà impossibile da non affrontare.

Negli ultimi decenni modi e strategie di guerra sono radicalmente cambiati. Dall’ultimo conflitto armato avvenuto nei confini continentali la tecnologia militare ha fatto passi da gigante, evolvendosi a livelli prima inimmaginabili. I nuovi armamenti hanno un concentrato tecnologico così elevato che l’apporto umano è sempre meno necessario al loro funzionamento: si escludono quindi le vecchie forme di guerra in cui la tecnologia poteva indubbiamente fare la differenza, ma il fattore umano era ancora centrale.

In un contesto tale la tendenza del decisore politico è, praticamente in ogni angolo del globo con sporadiche eccezioni, quella di dirottare risorse verso investimenti in armamenti con maggior concentrato tecnologico, riducendo progressivamente il numero di effettivi nei ranghi dell’esercito.

Tuttavia, il dibattito non si può esaurire su un piano prettamente tecnologico-militare. La continua recrudescenza delle tensioni globali sulla scorta delle aggressive politiche militari degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei (riuniti sotto l’ombrello NATO) aprono necessariamente il campo a un ragionamento più profondo. Gli esempi di aggressioni unilaterali e sprezzanti di qualsiasi norma di diritto internazionale, condotte direttamente dagli eserciti o indirettamente tramite il sostegno economico e militare di formazioni locali, sono sfortunatamente molteplici. Anche il Paese più isolazionista può repentinamente trovarsi catapultato in uno scenario di guerra e le ragioni possono essere molteplici: dal non condividere le linee strategiche degli States al tentativo di sovvertire l’ordine precostituito per implementare un sistema economico e sociale alternativo.

Per difendersi da un’aggressione armata, non necessariamente di un esercito regolare, e salvaguardare la sovranità popolare, l’indipendenza e le conquiste politiche, economiche e sociali è purtroppo fuori dal campo del reale pensare unicamente a strategie che non implichino una difesa armata. La storia, presente e passata, ci offre una mole sterminata di esempi: dalla Resistenza popolare nell’Italia oppressa dal nazifascismo, passando per quella del popolo vietnamita contro l’aggressione imperialista statunitense, fino all’opposizione popolare in Donbass contro un governo dai tratti marcatamente nazisti come quello di Kiev. Senza scomodare i processi rivoluzionari per i quali ancora di più vale l’assunto in discussione, come sarebbero state e sono possibili queste forme di Resistenza popolare alla barbarie senza una minima conoscenza da parte della popolazione di strategie e metodi difensivi?

Chi scrive non vuole certamente sponsorizzare i conflitti armati e anzi è convinto che oggi si debba lavorare per costruire un ordine mondiale in cui la ricerca della pace sia la via maestra in un sistema di relazioni paritarie e giuste tra Stati. Ma in una situazione come quella odierna, sarebbe un errore madornale farsi cogliere impreparati agli scenari possibili e diventa addirittura reazionario rinunciare a qualsiasi velleità difensiva nel caso in cui siano messe in discussione con la forza le fondamenta di processi emancipatori oppure l’indipendenza e la sovranità popolare.

L’Italia ha abolito la leva militare nel 2005, con il primo, tangibile effetto di una professionalizzazione dell’esercito. Oggi il paese possiede un esercito con un numero limitato di professionisti della guerra altamente specializzati che hanno consolidato la loro sfera di influenza su di esso sottraendosi da qualsiasi forma di controllo popolare e che, talvolta, stentano addirittura a riconoscersi nei principi fondamentali di quella Costituzione della Repubblica di cui dovrebbero esserne i difensori.

La questione ha ovviamente molti aspetti. Se uno strumento delicato come la leva militare obbligatoria dovesse essere introdotto in un sistema dove la guerra è il mezzo delle élite per conquistare nuove posizioni di potere o non perdere quelle già acquisite, si rivelerebbe drammatico in termini di costi umani e foriero di un’ulteriore militarizzazione della società, senza contare la ricaduta negativa in termini educativi e psicologici sui coscritti anche in tempi di pace. La sua implementazione, per avere conseguenze desiderabili, deve necessariamente avvenire nel solco di una logica di costruzione di un sistema votato unicamente alla difesa e non all’attacco, che sia quindi sotto controllo popolare e operi da garante della sovranità e delle conquiste sociali, politiche e economiche, nonché palestra dove educare alla comunità e ai suoi valori fondanti piuttosto che alla guerra e al conflitto. Banalmente, che inizi a rispettare davvero quel famoso undicesimo articolo della nostra Costituzione, laddove si afferma che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Probabilmente la forma più efficiente di cambiare in senso democratico e progressista la concezione dello strumento militare non è necessariamente le leva obbligatoria con le caratteristiche sopracitate (che comunque per le risorse temporali e materiali che sottrae ai partecipanti potrebbe avere ricadute sul percorso educativo e di vita), ma può consistere in una riforma in senso democratico e progressista dell’esercito o in alcuni casi specifici e più avanzati nell’unità tra l’esercito regolare e la popolazione in nome della difesa della sovranità popolare e delle conquiste politiche, economiche e sociali raggiunte.
Qualunque sia la via pratica più efficiente e desiderabile, è ovvio che, date le circostanze di realtà, la soluzione per gettare le basi di un futuro mondo di pace e giustizia non passi né per la delega a terzi della questione militare in nome di un pacifismo di facciata che suona più di rassegnazione all’esistente né per l’idea dell’esercito come strumento di offesa, di una continua militarizzazione e gerarchizzazione autoritaria della società e della selvaggia circolazione delle armi. Ma piuttosto per la costruzione di un esercito contro la guerra formato da soldati della pace.

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