Se il tempo è denaro, è bene non sprecarlo. Se un matrimonio è un lavoro, allora richiede cura e dedizione. E se il territorio nazionale è casa nostra, naturalmente ci sono padroni e ospiti. Oppure, non è così naturale.

Quando Debora Serracchiani, affidandosi all’infinita fonte di saggezza politica nota come “buon senso”, ha affermato che un crimine risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese, ha fatto risuonare le corde di molte persone che vedono in una simile dichiarazione la semplice enunciazione di una verità autoevidente, al di là di ogni idelogia (dissero i fascisti). Ma perché un crimine commesso da una persona nata al di fuori dei confini statali dovrebbe essere peggiore rispetto a uno compiuto da un italiano? Cosa ha di così speciale il territorio nazionale? E alla fin fine di che si tratta?

Lasciando perdere tecnicismi giuridici, guardiamo a come si cerca normalmente di rendere un concetto astratto come il suolo nazionale. Quando l’oggetto a cui ci riferiamo è una banale entità fisica, come una tazza o un tavolo, risulta tutto molto facile, ma quando dobbiamo rappresentarci e comunicare idee più astratte, come la vita, la società o la cultura, i limiti del linguaggio ci risultano evidenti. Un ruolo fondamentale è ricoperto dalla metafora, che ci permette di comprendere e fare esperienza di qualcosa nei termini di qualcos’altro e ovviare parzialmente a questi limiti. Lungi dall’essere un triviale espediente linguistico, la metafora è una delle fondamenta del nostro apparato concettuale e conseguentemente della nostra vita. Si noti come solo nell’ultima frase infatti ce ne sono ben due, prese rispettivamente dall’anatomia (apparato) e dal mondo delle costruzioni (fondamenta). Sfido chiunque a far arrivare il concetto senza usarne alcuna. E anche nell’ultima frase il concetto come oggetto fisico da spostare non è altro che una metafora. Ma andiamo avanti, altrimenti non ne usciamo vivi (e tre, ma giuro che la smetto).

Quando si parla del territorio nazionale la metafora dominante è, come accennato prima, quella della casa. Di conseguenza, il discorso circa i movimenti che coinvolgono persone nate al di fuori dei confini nazionali ruota attorno a questa idea implicita. Dal sovranista “padroni a casa nostra” alla più apparentemente liberale retorica dell’ospitalità e dell’accoglienza, il substrato che rende coerente questo sistema di metafore è quello che il territorio nazionale sia la casa degli italiani, e che quindi questi ne siano i legittimi padroni, mentre gli stranieri sono nostri ospiti. A queste due categorie , inoltre, spettano diritti e doveri distinti. Ma questo modo di incorniciare la questione è tutt’altro che naturale e porta con sè un approccio internamente consistente, un insieme organico di significati, che non richiede inclinazioni xenofobe da parte di chi lo accetta per poter definire alcuni comportamenti da parte di alcuni soggetti come “inaccettabili”. Da questo punto di partenza risulta così fuoriluogo parlare di razzismo nel caso della presidentessa del Friuli Venezia-Giulia, la quale ha espresso un’opinione, come lei stessa sostiene, “evidente agli italiani”. Anche nel campo della sinistra molte delle rituali prese di distanza sono orientate più verso le possibili conseguenze negative della frase che in direzione del nocciolo della questione, il quale legittima una sostanziale differenza tra ospitati e ospitanti.

Una delle caratteristiche più importanti della metafora è quella di mettere in evidenza alcuni elementi e, allo stesso tempo, nasconderne altri. Questo è molto evidente quando, ricorrendo alla metafora della casa, si mobilitano significati appartenenti a un campo semantico avente come perno il controllo dello spazio e la certezza delle sue delimitazioni. I confini nazionali, per esempio, sono variabili nel tempo e permeabili a flussi non del tutto controllabili, ma queste qualità vengono totalmente perse nella metafora della casa, luogo della certezza assoluta dei limiti, sociali e spaziali, e del potere dei legittimi residenti sulle regole vigenti al loro interno.

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Alcune case hanno anche il cortile

Tra le conseguenze dell’idea di territorio nazionale come casa, la più rilevante è quella che ha a che fare con la distinzione tra residenti e ospiti, una differenza che costituisce responsabilità e obblighi chiaramente distribuiti. Chi risiede legittimamente nella casa/nazione è l’unico autorizzato a fare le regole che valgono per tutti in un determinato spazio, coinquilini/connazionali compresi, ma che per gli altri valgono un po’ di più. Infatti, se dal lato di chi ospita c’è un surplus di bontà nell’accoglienza, a questo non si può che rispondere con una più stretta osservanza delle regole. D’altronde se essi si trovano lì, è solo per nobiltà d’animo del padrone di casa, che in cambio richiede un comportamento adeguato, posato e corretto, da buoni ospiti insomma. E un buon ospite sa che c’è un’etichetta che si applica a lui ma non al padrone di casa.

La certezza nell’autoevidenza di questa posizione trova la più chiara esposizione in un recente articolo apparso su – quasi inutile specificarlo – Il Giornale. Dopo aver chiarito che non è una questione di razzismo, l’autore, con grande nonchalance, ci dice “semplicemente che un furto in casa è sempre odioso, ma se lo compie la persona che ho accolto in casa mia il giorno prima, questo mi dà ancora più fastidio”. Semplice no? Se il padrone di casa rompe un bicchiere è un po’ un pirla, se lo fa l’ospite, beh è un po’ stronzo. Non va bene così? Quella è la porta.

La metafora della casa, finché resterà il frame prediletto per parlare del territorio di un paese, continuerà a perpetuare la distinzione tra un dentro e un fuori, tra padroni e ospiti, tra persone con piena dignità e altri che possono stare in un determinato luogo soltanto per grazia ricevuta. Ed è profondamente immorale essere ingrati con i benfattori. Questa ripartizione è ovvia soltanto nella somiglianza creata all’interno della metafora, non esiste “nelle cose stesse”. Il problema riesede quindi non tanto nell’uso delle metafore, che è assolutamente necessario e onnipresente nella nostra esperienza, quanto nelle specifiche metafore usate. Se non possiamo sottrarci alla tirannia dell’espressione metaforica per parlare del mondo, questo non vuol dire che non possiamo usare metafore differenti. Realizzare l’importanza di quelle che possono sembrare solo differenze lessicali di superficie, apre alla possibilità di un ripensamento anche radicale della nostra posizione nel mondo e verso il mondo. Cosa succederebbe se il territorio nazionale fosse un giardino pubblico?

Prima ancora di chiederci se il PD stia diventando un partito xenofobo, se questa sia l’ennesima strizzata d’occhio a un popolo insicuro o il segno di un inarristabile declino della Civiltà Occidentale, dovremmo cercare di comprendere il linguaggio di tutto il discorso sulle migrazioni – così come quello sulla residenza – , e capire che al di là delle posizioni politiche personali, le nostre interazioni comunicative avvengono attraverso un linguaggio che parla attraverso noi, non soltanto grazie a noi.

Le parole sono importanti, alcune metafore ancora di più.

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