Magari non ve ne siete accorti, magari sì (non è fondamentale, in realtà), ma due settimane fa è uscito il primo numero della nuova versione di Sette, lo storico settimanale generalista del Corriere della Sera. Da sempre concepito come una miscellanea variegata di opinioni politiche, interviste impegnate, recensioni competenti, negli ultimi anni la rivista stentava a trovare una propria identità e vedeva il proprio campo di originalità restringersi, immersa nella pletora di magazine sfornati dalla redazione di via Solferino. Ci spingiamo sul politico economico? Lo fa già Corriere Economia. Parliamo di lusso? Macché, c’è già Style. Moda e un tocco di gossip? E allora Io Donna cosa lo stampiamo a fare? Ci buttiamo sul culturale? Perdendo anche quei tre pellegrini che comprano La Lettura? Giammai. Nonostante ciò, Sette rimaneva, se si concede un’opinione personale, una delle poche cose riguardanti il Corsera che non mi facesse venire l’orticaria, l’unico modo per sopportare gli articoli di Pierluigi Battista sul perché non dovremmo lamentarci della globalizzazione e quelli di Bernard-Henri Lévy su Israele come unica possibilità per la democrazia nel Medio Oriente. Non mi sono mai premurato di far avere questa opinione alla redazione, quindi non posso sapere se, ricevendola, ci avrebbero ripensato. Rimarrò col dubbio, e col restyling fatto.

E che restyling. Sfogliando i primi due numeri si notano alcune cose, che elenco sommariamente per poi passare al nodo che qui interessa:

  1. Un nuovo direttore: Beppe Severgnini. Campione della sinistra liberal, accorto e ironico fustigatore di qualsivoglia disordine, ermeneuta del tifo calcistico nella trilogia Interismi, che resta il suo principale contributo all’umana specie. Qualche libraio distratto pose i suoi Italiani con Valigia e Manuale dell’imperfetto viaggiatore nella sezione di sociologia del proprio negozio, accanto a Simmel e Sennet: non è dato sapere se ci siano state lamentele. Ad ogni modo, Severgnini, nella rubrica Lettere al Direttore del secondo numero, ci assicura che la rivista parlerà molto di Europa. Sembra una minaccia.

  2. La carta patinata da giornaletto di gossip: svilente, davvero.

  3. Una rubrica sui Tweet più interessanti della settimana. Non ci vuole un analista del web con tripla laurea per sapere che Twitter è in caduta libera: se l’intento era rendere il settimanale meno austero e più commerciale attingendo al serbatoio dei social media, l’impressione è che si sia scelto quello sbagliato. In più, la rubrica si chiama Uccellacci & Uccellini, come il film di Pasolini con Totò in cui un corvo parlante rappresenta il pensiero degli intellettuali marxisti. Perché ok, noi ci abbassiamo al livello dei social, ma i poveri ignoranti rimanete voi.

  4. Le copertine: vorrebbero essere eye-catching e provocatorie, ma risultano piuttosto volgari e banali. La prima addirittura fa troneggiare al centro un “VI ODIO TUTTI” adatto forse a un mensile per adolescenti in fase emo-nichilista, per un pezzo hipster su Rolling Stone dedicato al pubblico di un concerto di Natalie Imbruglia o per un’intervista allo Stato Sociale. Di sicuro non per un pezzo sui molestatori online sul settimanale generalista del quotidiano più letto d’Italia. La seconda…io ve la inserisco nell’articolo, poi giudicate voi.

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In generale, si nota un chiaro intento di rendere la rivista più pop, più appetibile a un larghissimo pubblico, più frivola e ironica, di darle un tono sostenuto ma leggero, quasi da ombrellone. Nella stessa direzione vanno i temi degli articoli, a volte seri (la scuola tedesca dove si insegna ai migranti la condizione femminile in Occidente o un reportage dalle sale slot), ma la maggior parte delle volte faceti: la possibilità di indovinare il nome di una persona dai tratti somatici, l’usanza di viaggiare alloggiando in stanze senza finestre, i cartelli stradali incomprensibili. Il punto che però interessa discutere qui è che fine faccia la cultura in questa babele di cazzatine.

Laddove, ovviamente, per cultura si intende quella che nel senso comune è intesa come tale, ovvero le forme artistiche (letterarie, visive, plastiche) e la critica ad esse collegata. Nessuno avrebbe mai pensato di discutere la serietà con cui la precedente direzione di Sette affrontava l’argomento: ampio spazio era dato alle recensioni letterarie di Antonio d’Orrico, a quelle musicali di Andrea Laffranchi e perfino agli elzeviri pittorici a firma di Vittorio Sgarbi. Si potrebbe criticare la scelta dei nomi, critici molto osservanti dei gusti del pubblico e/o resi macchiette autoreferenziali dalla televisione, ma Sette non è un inserto culturale. Le recensioni proposte erano indubbiamente ad ampio spettro, capaci di intercettare i libri o i dischi più venduti e di parlarne con tono tutto fuorché accademico, raggiungendo però in questo modo con efficacia il pubblico di un settimanale generalista. Esaminando il caso specifico delle recensioni letterarie, d’Orrico aveva il merito di trattare con dignità i prodotti da classifica, stroncandoli laddove lo meritavano, ma non facendo l’errore di stigmatizzarli solo perché di successo. Si può discutere a lungo sulla designazione di Giorgio Faletti come “miglior giallista italiano” o su Ligabue definito “il Raymond Chandler italiano” o ancora sull’opportunità di giudicare in 25 parole la nuova edizione Adelphi di Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Conversazione a tre voci di Gadda, ma non c’è dubbio che la formula funzionasse, spostasse la vendita di copie, avvicinasse alla lettura (o meglio facesse continuare a leggere) persone a cui magari un best seller era anche piaciuto, ma che aveva il terrore di dirlo. In d’Orrico, i lettori deboli trovavano una guida non snob, quelli forti trovavano uno sfidante. Sul nuovo Sette, d’Orrico c’è ancora, con una rubrica tutta sua in cui parla della qualunque e tangenzialmente anche di letteratura. E le recensioni dei libri? Ci sono, ma sono affidate a componenti casuali della redazione. E lo stesso destino hanno dischi, film, serie tv, videogiochi. Il giudizio critico non è affidato a esperti, ma, nella maggior parte dei casi, a giornalisti di sport, economia o esteri (senza che l’oggetto recensito abbia un rapporto con questi temi), a redattori e segretari di redazione, a collaboratori non meglio specificati, ad amici, amiche, figli e amanti. C’è addirittura la recensione della serie Questione di Karma scritta da una portinaia dello stabile RCS.

Quello che non convince non è tanto la scarsità di approfondimento, la vaghezza dei punti evidenziati nelle recensioni, la loro banalità (chiudere la recensione di Bruciare Tutto di Walter Siti con “se fissi l’abisso troppo a lungo, poi è lui che fissa te” dovrebbe essere reato penale: manco un post della Ferragni indecisa sul vestito da sposa): pezzi di meno di 1000 battute (spazi inclusi) scritti da non esperti non possono avere altro destino. Il punto è la concezione generale dell’arte, comunque declinata: decenni di dibattiti sul formalismo e le possibilità della critica, sulla riproducibilità tecnica, sull’arte di massa, per poi scoprire che, secondo la redazione del quotidiano più letto in Italia, tutto sommato di cinema, letteratura, pittura, scultura (tralascio il dibattito su serie tv e videogames) può parlare chiunque, chiunque ha l’autorità di dire se ha gradito l’opera o meno, e il fatto che abbia compiuto degli studi in merito non conta. Un economista può tranquillamente parlare di cinema, perché in realtà tutti possono farlo allo stesso titolo: una competenza specifica è solo un peso, un ostacolo al godimento genuino dell’opera. Per non parlare della musica: che studi mai serviranno per parlare con un minimo di consapevolezza dei Baustelle o dei Decibel (ma perfino del jazzista Paolo Fresu)? Qualunque redattore può farlo. Poi, visto che non stiamo parlando di cose serie, ci infiliamo una bella rubrica su fatti macabri e tristi della musica rock, naturalmente a cura di una giornalista di cronaca nera. Stanchi del delitto di Avetrana? Parliamo di rockstar decedute.

A queste affermazioni si potrebbe ribattere che Sette è un settimanale variegato, concepito per il grande pubblico, in cui nessun argomento è sviscerato nel profondo. Le cose stanno sicuramente così, ma si è mostrato due paragrafi fa che è possibile parlare di cultura con un minimo di decenza anche su una rivista generalista, senza arrendersi proni a soluzioni tipiche della letteratura da parrucchiere come quelle adottate dalla nuova redazione. Inoltre, non si capisce perché allora non possiamo lasciare che un critico cinematografico descriva gli sviluppi della politica interna russa o che Mario Luzzatto Fegiz ci spighi perché l’Eurozona va in vacca. Se l’intento era rendere il settimanale più democratico, non si capisce perché debba essere la cultura a farne le spese. Alla prossima querimonia di qualche editorialista sul fatto che in Italia i beni artistici non sono valorizzati, sul fatto che nessuno legge e sul fatto che siamo tutti analfabeti funzionali, bisognerà far notare con disgusto queste contraddizioni.

p.s. ho volutamente glissato su Sgarbi. Tanto per essere chiaro, lo ritengo un guitto prigioniero del suo personaggio e dei quattro soldi che riceve per apparire nel video della canzone di Enrico Papi. Ma non si può negare la sua competenza nel parlare di pittura. Ovviamente i suoi deliziosi elzeviri sulle opere ritrovate sono spariti dal nuovo Sette.

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