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Parliamo di Corea. Del Nord ovviamente.

Su svariate testate giornalistiche ricorre la minacciosa e apocalittica espressione “terza guerra mondiale”: il temuto conflitto atomico tra Corea (con al suo fianco la Cina) e Stati Uniti.
Una descrizione giornalistica che crea – più che commenta – l’attuale immagine delle relazioni internazionali, come descritto in un recente articolo pubblicato su theoreinmag.

La politica estera nordcoreana è sotto la lente di ingrandimento degli analisti, che tentano di dare un senso alle “provocazioni” (leggasi test missilistici il più delle volte falliti) susseguitesi negli ultimi anni.

La chiave di lettura più utile, però, sembra essere quella rivolta all’interno del paese asiatico piuttosto che alle sue proiezioni all’estero.

Chiedersi cioè quali siano le tendenze dominanti nella politica interna della Corea del Nord è fondamentale per la comprensione di alcuni atteggiamenti e delle dichiarazioni ufficiali del governo. “Le relazioni esterne che definiscono il posto della Corea del Nord nella comunità internazionale di oggi sono il risultato di traiettorie che Pyongyang ha scelto di intraprendere – o è stata costretta a imboccare – seguendo i propri interessi nazionali e le priorità politiche” (A. Fiori, Il nido del falco, Le Monnier 2016) e ancora: “Nel caso della Corea del Nord, le dinamiche interne sono infatti fondamentali per comprendere il suo atteggiamento nella sfera di politica estera” (ibidem). Ancora una volta è lo stato nazionale l’attore principale nel panorama pseudo-globalizzato.

Ebbene, quali sono le dinamiche interne preponderanti in Nord Corea?

Due sono i principi regolatori del sistema, o meglio le ideologie, intese come strumenti attraverso cui la società può adattarsi al mondo per accettarlo o cambiarlo.

Il primo, più immediato, è Sŏn’gun traducibile con l’inglesismo military first. Secondo questo principio, mentre un crollo del sistema economico sarebbe rimediabile, il collasso dell’apparato militare porterebbe alla totale distruzione del Paese. Da qui la necessità di dare priorità alle milizie a scapito dell’economia.

Il secondo principio è Juche, traducibile con autosufficienza. Il termine è divenuto celebre nei discorsi di Kim Il-sung e indica “l’uomo padrone di ogni cosa e che decide ogni cosa”: un concetto intriso di comunismo (spesso stalinista) e patriottismo, secondo cui l’indipendenza nazionale è il presupposto per il pieno compimento della rivoluzione.

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Manifesto con il monumento alla Juche

Gli atteggiamenti della Corea del Nord – sotto questa nuova luce nazionale e interna – si rivelano molto più razionali: magari esecrabili e non condivisibili, ma non certo opera di un “ragazzino pazzo”, come il senatore americano McCain definì Kim Jong-un.

La politica nordcoreana è orientata all’interno, all’autosufficienza e al mantenimento di una forza armata – quasi “custode” della sovranità. Scimmiottando lo slogan del presidente USA Donald Trump, insomma, Make North Korea Great Again. La Casa Bianca, promotrice di programmi strategici sintetizzabili con America first, prima l’America, tenta di fare leva sullo spirito patriottico degli americani, rivolgendo le sue attenzioni al mondo solo se questo minaccia la sicurezza nazionale, ma concentrando gli sforzi nelle riforme (conservatrici) all’interno del paese. Non a caso le spese militari hanno avuto un incremento sostanziale con l’amministrazione Trump, incremento dovuto tra l’altro ai tagli agli aiuti all’estero.

Forse che Kim e Donald battibeccano tanto proprio perché simili?

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