Sulla vita e l’opera di Giovanni Lindo Ferretti si potrebbero scrivere libri su libri. E non libri qualsiasi, ma volumi immensi, che comporrebbero, con tutte le sfumature, le sovrainterpretazioni, i fatti e i misfatti, una biblioteca-labirinto borgesiana e vertiginosa. Un incubo per i teorici della cultura e gli aspiranti musicologi rock, sempre così ansiosi (chissà poi perché) di etichettare e classificare, di sistemare ogni fenomeno e ogni artista in una casella precisa del loro alveare mentale, costruendo un archivio utile per la signora maestra ma sterile e asfittico, del tutto incapace di comprendere chi in quelle caselle, proprio, non ci vuole stare. Un uomo come Ferretti, sempre controcorrente o forse no, mai addomesticato al mainstream, costantemente dalla parte del torto, sfugge alle loro classificazioni, e questo li manda in bestia. Assistere a un suo concerto non è una cosa facile: bisogna lasciarsi alle spalle ogni possibilità di definizione o di descrizione del personaggio, uno che quasi non parla col pubblico e viene reso una figura quasi ieratica e sacrale dai giochi di luce. Nonostante tutte le domande che gli si vorrebbero fare, nonostante gli insulti e le critiche che gli si potrebbero vomitare addosso, bisogna concentrarsi solo sulla musica.: se ci si riesce, questo è un merito. Suo e nostro.

Certo, il fatto che la batteria sia registrata fa un po’storcere il naso e rischia di rendere il tutto simile a un karaoke, ma la verità è che non ci si fa caso più di tanto, soprattutto grazie ai polistrumentisti Ezio Bonicelli e Luca Rossi (entrambi ex Ustmamò), capaci di cerare arrangiamenti innovativi, con atmosfere eteree e vagamente new wave. Manca forse un po’di aggressività nei pezzi più tirati dei CCCP (cosa che non impedisce il pogo su Per me lo so e Spara Jurij), ma in compenso si mantiene o anzi si estremizza la cadenza liturgica di canzoni come Cupe Vampe, Annarella o Depressione Caspica, che investono lo spettatore con un muro di suono dagli echi noise, di feedback e tremoli. Peccato per Brace, uno dei pezzi a firma Ferretti preferiti di chi scrive, accelerata troppo e depotenziata: innocua laddove dovrebbe essere un sussulto, scialba dove dovrebbe essere una preghiera millenaria, addomesticata dove dovrebbe essere un trip lisergico (per avere un’idea, date un’occhiata alla versione live al CSO Rivolta di Venezia del 1998. Si trova su youtube). Ma tutto il resto del set, dal punto di vista dei suoni, è di grande qualità.

E Giovanni? Regge, anzi, spinge. La sua voce ha ancora la capacità di scavare negli abissi insondabili, di alzare urla al cielo, di affabulare aulicamente senza prendere fiato, di sferzare sarcasticamente. Si può (si deve?) ovviamente dubitare della sincerità delle sue posizioni filosovietiche un tempo, ora ultracattoliche, ma non mettere in discussione il suo talento di fustigatore dei tempi: quando rende Emilia Paranoica in una tirata sul fallimento delle Coop, o quando scandisce “cittadino del secolo ventuno/sciocco come te non c’è nessuno” al termine di Radio Kabul (trasformata per l’occasione in Radio Mosul), esce dal personaggio di introverso anacoreta montanaro che si è costruito intorno. Quando, nonostante il tempo e gli eventi passati, esegue Tu Menti (canzone dedicata a Sid Vicious e alla sua ipocrisia) dimostra che quello che è stato non si cancella, che lui non ha finito di portare alla luce le contraddizioni delle epoche e delle estetiche: quella punk un tempo, quella edonista e consumista oggi. Ma l’impressione che dà è quella di un generale distacco: il nostro tempo straborda di santoni e sacerdoti e Ferretti non vuole essere uno di loro. Sorride, poco e infantilmente. Non parla. Si diverte. Per descrivere il suo atteggiamento, forse, l’espressione migliore è quell’ “a cuor contento” che dà il titolo al tour: Ferretti è stato al centro di polemiche e discussioni, è stato uno degli emblemi dei decenni più creativi del secondo ‘900, con le loro altezze artistiche, ma anche con le loro tentazioni nichiliste. Ne ha viste tante, suonate di più. Ora è un uomo maturo, che attraverso la musica cerca tranquillità e serenità, pur concedendosi qualche momentanea provocazione. Ma lieve, criptica, per nulla virulenta. Non insolentitelo coi vostri titoli e i vostri premi, con le vostre turpitudini e i vostri attacchi: lui è tranquillo e intoccabile nel suo isolamento. I suoi rari concerti sono le occasioni per rivederlo tra noi. Dovesse ripassare da queste parti, vi consiglio di non perderlo.

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