Tomoko Nagao, artista emergente dell’arte grafica giapponese, basa il suo lavoro sull’immaginario otaku intersecandolo con l’onnipresenza di brand e pubblicità universalmente conosciute e riconoscibili nel mondo globalizzato. I soggetti rappresentati sono reinterpretazioni di quadri di pittori che hanno fatto la storia sia dell’arte occidentale (Botticelli, Leonardo e Delacroix), sia di quella orientale (Hokusai su tutti), ma Salomè, la Venere e gli apostoli diventano dei personaggi stilizzati, simili al gatto di Hello Kitty, e immersi in un ambiente totalmente travolto dal turbine capitalista della pubblicità e del brand. Così L’Ultima Cena vinciana si svolge in un Mc Donald’s, su una tovaglia Ikea, in mezzo a sacchetti marchiati Esselunga e Giuda avvisa le guardie romane della presenza di Gesù tramite un whatsapp inviato con il suo smartphone.

Questa evidente angoscia, creata da un ambiente totalmente brandizzato e immerso nel consumismo più sfrenato, non sembra implicare però un giudizio a riguardo e, soprattutto, non sembra nascere da una ricerca e uno studio artistico derivante da un percorso lineare individuabile nella storia dell’arte giapponese. Tomoko Nagao dà espressione al mondo che vede, non cerca di comprenderlo e analizzarlo. L’artista sembra risucchiata nel vortice di una società della quale non conosce il significato ma della cui complessità vuole dare una rappresentazione, creando opere ripiene di riferimenti alla vita quotidiana, a volte ridondanti e volutamente confusionari. L’artista è “vittima” inerme e passiva di fronte all’attività del sistema, in primo luogo economico, che la circonda; questo è ciò che si evince dall’innocenza con cui si esprime.

L’arte di Tomoko Nagao è espressione della situazione in cui si trova una grande parte della società giapponese: basti pensare a quanto le culture manga, cosplay e otaku siano influenti nel paese del Sol Levante. L’artista dà voce a un atteggiamento condiviso da una parte importante della popolazione nipponica e a un paese pieno di contraddizioni, diviso tra modernità e tradizione. Un’isola che, quasi senza soluzione di continuità, è passata da essere un mondo chiuso e statico, “feudale”, a una società ultra-capitalista, avamposto del post-moderno e patria immaginaria della fantascienza, del post-apocalittico e dello steam-punk. Tutto ciò, unito a enormi contraddizioni materiali, ha creato un’inevitabile crisi nell’identità nazionale giapponese, ma anche nella capacità dei suoi abitanti di crearsi un’identità personale.

Certamente non si può immaginare il Giappone del primo Novecento come un mondo a parte, sconosciuto e ignorante rispetto a ciò che accadeva nelle altre nazioni. Alcune novità tecnologiche e militari erano arrivate nell’estremo oriente e diversi scambi diplomatici, politici e culturali erano già in atto prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. L’Impero aveva già partecipato alla prima guerra mondiale, nel 1920 era entrato a far parte della Società delle Nazioni (salvo uscirne tredici anni dopo), e nel 1936 aveva firmato il patto anti-Comintern con la Germania. Tuttavia, il 1945 fu senza ombra di dubbio il punto di rottura, e di non ritorno, per la società tradizionale giapponese. Innegabilmente, come molti altri paesi fra il 1939 e il 1945, l’isola subì gravissimi danni e devastazioni: lo shock provocato dalle due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki non sconvolse solo il Giappone, ma il mondo intero. Senza voler minimizzare in alcuna maniera l’importanza di questi avvenimenti, sono però altri due quelli su cui ritengo ci si debba concentrare per analizzare la crisi della cultura e della società giapponese: la condizione dell’Imperatore e le modalità della sconfitta.

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Tradizionalmente, nel paese del Sol Levante la sconfitta è un’onta insopportabile, ma se ottenuta in modo corretto dall’avversario è la dimostrazione della sua superiorità. Dopo le due bombe atomiche, il 14 agosto del 1945 il Giappone accettò una resa incondizionata nei confronti degli Alleati. La fine della resistenza a oltranza, che avrebbe comunque portato a una sconfitta anche senza l’orrore dei due bombardamenti nucleari, significò la sconfitta definitiva del paese. Le conseguenze di questa sconfitta furono, sul piano socio-culturale, un’onta indelebile per l’intera società e la convinzione che ad aver perso fosse stato il modo di vivere e di vedere il mondo della cultura giapponese. Il modello occidentale aveva prevalso, e le manifestazioni della sua presunta superiorità dovevano imporsi sulla nazione: la società tradizionale giapponese doveva farsi da parte per lasciare lo spazio al modo di vivere “vincente”, quello occidentale.

Accanto agli elementi interni, anche la spinta dall’esterno portata avanti dall’occupazione americana contribuì a questi processi. Il generale Douglas MacArthur, Comandante supremo delle forze alleate in Giappone, ottenne il potere assoluto su ogni aspetto della situazione nipponica fino alla fine degli anni ’40, persino sulla persona dell’Imperatore. Da una parte, il generale si impegnò a far sì che il Giappone fosse in grado di ricoprire il ruolo di potenza orientale filo-americana per contrastare l’avanzata del comunismo, fino a proteggere l’Imperatore Hiroito da qualsiasi accusa per gli atroci crimini di guerra commessi. Dall’altra parte, MacArthur dovette fare in modo che venissero eliminati i tratti culturali tradizionali giapponesi che avevano trascinato in guerra l’Impero del Sol Levante. Fondamentale in questo senso furono sia l’inibizione dello spirito fiero e guerriero dei giapponesi tramite l’imposizione della costituzione del 1946, scritta direttamente dallo staff di MacArthur, sia lo svuotamento della figura dell’Imperatore.

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Il secondo elemento da analizzare è, appunto, la condizione dell’Imperatore nella cultura nipponica. Secondo la cultura e la religione tradizionale giapponese, egli è un’entità divina (o di origine divina) che dimostra la superiorità dei giapponesi nei confronti delle altre nazioni del mondo, in quanto popolo discendente dagli dei. Ma nel gennaio 1946, sei mesi dopo la resa incondizionata, l’Imperatore Hirohito fu costretto a promulgare la cosiddetta Dichiarazione della natura umana dell’Imperatore, che, nonostante alcune controversie riguardo alla traduzione dal giapponese arcaico, di fatto significò l’ammissione della natura umana della dinastia imperiale, e quindi la fine della concezione divina del sovrano e della conseguente superiorità del popolo nipponico. Lo shock provocato dalla sconfitta e dall’occupazione impedì di elaborare e metabolizzare il “lutto” della sconfitta. Il seppuku della società tradizionale era compiuto: il Giappone era pronto per sottomettersi e accettare acriticamente, senza mediazioni, il modello economico-culturale occidentale.

L’occupazione militare e in seguito il protettorato degli statunitensi significarono sì una ricostruzione e uno sviluppo economico rapidi per l’isola, ma allo stesso tempo la catapultarono in un sistema economico sconosciuto ed estremamente diverso da quello precedente. La popolazione, culturalmente indifesa e senza più un solido retroterra di tradizioni a cui appoggiarsi, fu travolta dal nuovo stile di vita, dal nuovo sistema economico e da un mondo di produzione di massa e consumi sfrenati. La politica nipponica dopo il 1945 si appiattì su quella statunitense e ne seguì le orme senza più avere alcuna autonomia né in fatto di politica estera né in ambito economico. La necessità di una ripresa in tempi brevi impose lo sviluppo di un capitalismo dai ritmi accelerati che dovette essere accettato dalla nuova monarchia costituzionale sotto il protettorato americano.

La stessa superiorità imposta in ambito politico ed economico fu accettata, spesso acriticamente, nell’ambito culturale. L’occidente venne preso a modello da gran parte della società giapponese e, come era accaduto al sistema economico, ne furono estremizzati diversi aspetti (in fatto di consumi, ritmi di produzione, mode…). In senso opposto, un’altra parte della popolazione ha rifiutato del tutto l’esterofilia della maggioranza ripiegandosi totalmente sulle tradizioni e sulle idee di un mondo ormai scomparso, che però garantisce una certa dose di sicurezza e tranquillità, nella creazione di un’identità più “autenticamente giapponese”. Questa opposizione alla novità e questo attaccamento alla tradizione sono ancora presenti nelle zone rurali del paese. Entrambe le posizioni certificano il problema della ricerca di un’identità propria del paese del Sol Levante, il quale oscilla tra un passato che non c’è più, eliminato da un giorno all’altro nel ’45, e un presente inconcepibile, a causa della sua velocità e delle sue estremizzazioni.

In questo contesto si inserisce la ricerca di un’identità, perduta nello strappo della ferita creata dalla resa incondizionata. La creazione del genere steam-punk e del post-apocalittico nasce dall’idea della fine del mondo, portata in Giappone dalle bombe atomiche; la creazione di mondi paralleli, che siano giochi di ruolo, fumetti o videogiochi, nasce dall’impossibilità di trovare un posto nel mondo reale. La tradizione dei travestimenti, delle maschere e delle esagerazioni, tipiche nella cultura nipponica, viene riproposta in maniera innovativa nella modernità. I trucchi e le modificazioni del proprio aspetto, dai costumi dei personaggi dei manga, ai colori di capelli sgargianti, alla chirurgia plastica (come gli interventi per ottenere un taglio degli occhi occidentale), sono delle tecniche difensive attuate per nascondere la propria infinita ricerca di un’identità personale che nella società del nuovo Giappone non si è ancora saputo trovare.

La stessa opera di Tomoko Nagao riflette questa ricerca: riprendendo canoni occidentali e orientali, cerca di trasporli nell’immaginario contemporaneo, in un Giappone odierno seppur non realistico. La sovrabbondanza di pubblicità, brand e personaggi rappresenta le estremizzazioni del capitalismo nipponico, mentre l’aspetto grafico simile ai fumetti di Hello Kitty rende l’opera riconoscibile allo spettatore immerso in un mondo immaginario, che cerca di sfuggire alle contraddizioni inspiegabili della realtà. Forse l’opera di Tomoko Nagao ha il pregio di riuscire a parlare all’individuo perso in un mondo immaginario, cercando di mostrargli le contraddizioni attuali, rendendo nauseante e “reale” l’immaginario kawaii. Allo stesso tempo, potrebbe voler far riflettere lo spettatore più attento alla cultura riguardo la commercializzazione di qualsiasi aspetto della vita umana, per cui al giorno d’oggi le più grandi opere d’arte e i più grandi artisti del passato avrebbero dovuto sottostare allo stile, ai brand e alle richieste più folli del mercato.

Tutta questa interpretazione, però, è una lettura a posteriori del lavoro dell’artista giapponese, apparentemente non supportata dal suo percorso creativo, e probabilmente dare una tale lettura di questi lavori significa sopravvalutare e distorcere il loro messaggio. Ma Tomoko Nagao potrebbe anche essere molto meno “innocente” di quanto possa sembrare.

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