Charlie Kaufman aveva già affrontato il tema della realtà e della finzione in alcuni interessanti pellicole come Eternal Sunshine of the Spotless Mind (distribuito in Italia con il brillante e per nulla fuorviante titolo Se mi lasci ti cancello), Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee, in qualità di sceneggiatore e ideatore del soggetto. In Synecdoche, New York, primo film da lui diretto, la questione assume una sfumatura particolare: il protagonista Caden Cotard, regista teatrale, ipocondriaco convinto di essere prossimo alla morte, abbandonato dalla moglie e in preda a una crisi esistenziale, vuole rappresentare la sua vita in un’opera teatrale, la quale, raccogliendo ogni persona, ogni accadimento, ogni evento della vita reale dell’autore, assume dimensioni gigantesche.

Interroghiamo il film: che rapporto intercorre tra la concreta – reale? – esistenza dell’autore e la sua rappresentazione? Che valore di verità ha l’autobiografia? La domanda, forse, potrebbe essere posta in maniera migliore, poiché sembra voler presupporre che questi due universi di discorso siano distinti. La cosa è tutt’altro che scontata: banalmente, ci potremmo chiedere dove si collocherebbe in questa distinzione il momento dell’elaborazione\scrittura. Nel corso della realizzazione vengono a crearsi dei cortocircuiti che violano questa distinzione, ad esempio quando il personaggio che interpreta l’autore nella pièce si innamora dell’amante dell’autore reale, o quando la stessa realizzazione dello spettacolo influenza pesantemente la vita privata dell’autore. Casi come questi – sicuramente esagerati, surreali, grotteschi, alla maniera di Kaufman – segnalano l’impossibilità che la vita possa essere rappresentata.

L’arte – ma anche, potremmo aggiungere, il pensiero, data la forte componente riflessiva dello spettacolo di Caden – non cattura appieno la vita “reale”, se ne distacca; è, perciò, essenzialmente finzione. La pellicola, in particolare, veicola quest’idea attraverso due canali comunicativi. Da una parte, infatti, abbiamo il discorso drammaturgico che l’autore Caden rivolge a sé stesso; dall’altra abbiamo l’intero film, attraverso il quale l’autore Kaufman comunica con lo spettatore. Così come sono presenti dei paradossi nell’autoriflessione drammatica di Caden, così nel film ci sono degli elementi profondamente irreali, come la casa di Hazel, amante\assistente di Caden, che, nonostante vada a fuoco, continua ad essere abitata. Non collocando questi elementi surreali in una narrazione coerente, Kaufman sembra volerci dire “Questo film – il cinema? – non è realtà”. Di conseguenza, ha anche poco senso chiedersi come si possano inserire questi elementi nel puzzle della narrazione, poiché si tratta di un discorso meta-cinematografico. Potremmo dire che questi elementi non si comprendono proprio perché non fanno parte della narrazione, ma, piuttosto, la smascherano.

Certamente il film non è “solo” questo. Esso vuole anche trasmettere la visione del mondo come teatro, in cui le persone che lo abitano sono personaggi, maschere (idea, come noto, espressa da Shakespeare, anche se le sue radici vanno ricercate nel pensiero medievale).

Infine, Synecdoche, New York ci offre anche un altro spunto, che qui è trattato come tale, ma meriterebbe una trattazione approfondita. Cosa intendiamo quando diciamo che un film o un romanzo sono “tratti da una storia vera”? Caden riesce ad aggredire l’essenza della sua vita tramite attori, scenografia, ecc.? La risposta (SPOILER!) è ovviamente no. Ma ciò non significa affermare la presenza di una vita reale e, di conseguenza, segnalare il problema della sua traduzione in arte. Il fenomeno che si vuole qui discutere – e con ciò ci allontaniamo dal film e dai suoi intenti – è l’interpretazione. Ricordare, ripensare le proprie esperienze (ma anche, perché no?, raccontare un fatto storico) non sono forse atti ermeneutici? Sfruttando ancora il film, Caden è un buon interprete di sé stesso? Più radicalmente, con quali criteri di verità gli artisti hanno compreso (interpretato) un fatto e lo hanno poi rielaborato in un film, in un romanzo, ecc.?

La risposta è chiaramente complessa. Lasciamo ogni lettore alla sua riflessione, e consigliamo la visione di questo film strepitoso, che problematizza il “tratto da una storia vera” che ci sembra tanto scontato.

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