Il giornalismo non se la passa un gran bene di questi tempi. Grazie a fake news, sensazionalismi e sondaggi di pregevole fattura è diffusa la sensazione di avvilmento della pratica giornalistica e di un allontanamento dagli standard etici e professionali del mestiere. Questo discorso, se certamente scalfisce la credibilità di specifiche fonti, non va però a mettere in discussione la rappresentazione prototipica del giornalista ideale, tutt’altro.

Lungi dall’essere degradato, l’ethos giornalistico idealizzato ritrova nell’attacco a bufale e notizie inventate una riaffermazione della sua legittimazione. Con l’ibridazione dei generi dell’informazione e la commistione dei dispositivi retorici usati che tende a rendere opaca la distinzione fra giornalismo “serio” e giornalismo da intrattenimento, la comparsa, o meglio, la creazione di una categoria su cui basare la propria credibilità in modo oppositivo, per mezzo di una negazione, dà uno strumento di grande importanza per rimarcare i confini e riaffermare il monopolio delle definizioni immediatamente vere della realtà. Queste fonti sono autorevoli perché producono notizie real, radicalmente differenti rispetto a quelle fake, e quando si fa appello alla Verità, la posta in gioco è alta.

La pretesa di rappresentare la realtà si basa su una serie di assunti epistemologicamente quantomeno sospetti, come la capacità di raffigurare senza distorsioni un mondo che preesiste allo sguardo del giornalista o la facoltà di fornire un resoconto da un punto di vista non situato, oggettivo, che meramente descrive lo stato delle cose senza aggiungere colore o pareri personali. L’accettazione da parte del pubblico di questi assunti impliciti, unitamente all’insieme di regole procedurali che la sociologa americana Gaye Tuchman chiama “rituale strategico dell’obiettività”, dà vita a quella potentissima illusione che permette, con la presunzione di rappresentare una realtà oggettiva, di crearla. Il sistema dell’informazione dispone così di un potere molto più grande di quello che solitamente gli viene riconosciuto: non solo watchdogs degli abusi dei potenti, ma artefice di strutture di significato e discorsi che penetrano nelle vite quotidiane di milioni di persone e le orientano nel loro agire.

Un recente caso di cronaca è un esempio perfetto di costruzione di una realtà significativa attraverso un’accurata scelta di parole nel titolo. A quanto apprendiamo dai principali canali di informazione, nel corso di una manifestazione a Mosca è stato arrestato il “leader dell’opposizione Navalny”. [Per inciso, il leader Nevalny è sconosciuto a più di metà della popolazione e tra chi lo conosce solo il 10% ha intenzione di votarlo, ma torniamo a noi.] Da qui si parte. Il titolo, che oggi grazie alla quantità ingestibile di informazioni gode di un’importanza spropositata, definisce istantaneamente il frame primario, l’orizzonte interpretativo che non dipende da nessuna elaborazione precedente e ci permette di inquadrare ogni altro elemento successivo all’interno di quel campo semantico. Si può discutere delle procedure che hanno portato all’arresto di Nevalny, della libertà di parola in Russia, di fatti simili avvenuti nei cosiddetti paesi democratici, ma il titolo e le prime righe dell’articolo delimitano chiaramente i fatti bruti da cui si deve partire, vale a dire: “un leader politico di opposizione è stato arrestato”. Mettere in discussione questo frame renderebbe incomprensibile l’intera notizia e le successive discussioni; infatti una volta caduta quella cornice di senso tutto il contenuto perde riferimenti, quindi significato. Imponendosi come definizione primaria, come prima vera rappresentazione dei fatti, il frame esclude le prospettive concorrenti frequentemente utilizzate in contesti non dissimili, come “Violenta protesta nel centro di Mosca, molti gli arresti” o “Attuate le misure antiterrorismo“.

Si può vedere il rapporto tra definizione primaria e i suoi sviluppi successivi come analogo a quello, descritto da Foucault, tra testo e commento. Il ruolo di quest’ultimo è infatti quello di “dire qualcosa di diverso dal testo stesso, ma a condizione che sia questo testo stesso ad essere detto e in qualche modo compiuto”, il commento ciòè può solo dire “ciò che era silenziosamente articolato laggiù”. Tutto quello che si può dire è da trovarsi nel recinto delimitato inizialmente, il resto è fuori tema o semplicemente assurdo.

Il potere dei media moderni sta proprio in questo. Grazie alla delega dell’autorità definitoria, alla condivisa finzione della facoltà di rappresentazione e al riconoscimento dell’obiettività, hanno la capacità di creare definizioni della realtà quando quello che propongono è fatto passare per descrizione, creano il testo spacciandolo per commento. Questo avviene su vari livelli e per le esigenze più disparate: da quelle di tipo politico (come nel caso russo appena visto) a quelle commerciali tipiche dei titoli clickbait del genere “Succede X e i social impazziscono”: articoli che dettano la reazione appropriata in una profezia che si autoavvera. Questo potere può anche essere usato inavvertitamente o senza l’esplicita intenzione manipolatoria, ciònondimeno esiste e produce effetti. Seguendo il teorema di Thomas: “se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze“.

Una volta demistificata, almeno sul lato epistemologico, la posizione del giornalismo, anche di quello “più pulito”, la soluzione non può essere un nichilistico “allora è tutto falso!”. Riconoscere che anche quello prodotto dai giornali è un discorso particolare, prospettico e interessato, può essere il primo passo verso l’emancipazione da modi di pensiero rigidi e spesso ingannevoli, un modo di sottrarsi alle strutture di senso che sostengono relazioni asimmetriche di potere. Diventa quindi necessaria la ricerca di nuove forme di informazione, e che queste non siano basate sul semplice culto della rete, medium che tende a riprodurre le geografie di potere dei canali tradizionali. Un citizen journalism diffuso, conscio di essere portatore di un discorso situato, può aprire nuove possibilità di dialogo e di incontro, a patto di non ricadere a sua volta nel mito della rappresentazione oggettiva, obiettivo irraggiungibile che nasconde una minacciosa sete di potere.

Un pensiero riguardo “Il giornalismo e lo specchio della realtà

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